Sì del Senato al taglio dei parlamentari. Determinante la serietà di Fratelli d’Italia.

Pungolo e stimolo per “le idee a posto”. Persino se provengono da un “ogm” come l’attuale governo. Il senso dell’opposizione “nazionale” di Fratelli d’Italia, declinata con chiarezza fin dalla nascita del governo giallo-verde da («Non ci servono poltrone di ministro per fare la nostra parte», spiegava già a maggio dell’anno scorso la leader sovranista), è questo: sostenere i provvedimenti che incrociano l’interesse degli italiani.

Ciò si è concretizzato, ancora una volta, al momento delle votazioni che lasciano il segno: come quella sulla legge per la riduzione del numero dei parlamentari.

Se questo è già accaduto con alcuni dossier proposti dalla Lega (ma inseriti, seppure formulati in maniera più organica, nel programma del centrodestra: un caso su tutti è il decreto sicurezza), quello che è avvenuto giovedì scorso al Senato sul ddl costituzionale contenente modifiche agli articoli 56, 57 e 59 ha assunto un valore ulteriore.

Il motivo è semplice: il voto favorevole di FdI è stato determinante per l’approvazione del provvedimento che, altrimenti, non sarebbe passato a palazzo Madama a causa dei numeri insufficienti della maggioranza formata da Lega e 5 Stelle. «Abbiamo sempre creduto nel taglio del numero dei parlamentari, riforma proposta oltre dieci anni fa dal governo di centrodestra – ha spiegato Giorgia Meloni -. Per questo confermiamo di essere d’accordo con questo cambiamento, votato favorevolmente fin dalla prima lettura, senza chiedere nulla in cambio alla maggioranza».

Un atteggiamento, come dicevamo, determinante non solo dal punto di vista simbolico (tutt’altro che un dettaglio) ma soprattutto in termini di numeri: al momento del voto, infatti, Lega e 5 Stelle disponevano di soli 159 voti, due in meno della soglia (161) necessaria per il rango costituzionale del provvedimento. A quel punto – a parte qualche singolo voto giunto dal misto e da un caso di coscienza in Forza Italia (schierata, come il Pd, per il “no”) – i senatori di FdI sono stati determinanti per l’approvazione della norma.

Determinanti anche “prima” del voto se è vero, come si vocifera nei corridoi del Senato, che era già pronta la ritirata strategica di diversi esponenti della maggioranza (si parlava di assenze per improvvise malattie, missioni dell’ultimo momento…) per evitare il taglio delle 315 poltrone. Diverse “ambasciate” sono arrivati ai senatori sovranisti chiedendo la conferma del loro voto favorevole: a quel punto, compresa l’intenzione reale della pattuglia di FdI, i malpancisti di maggioranza si sono dovuti arrendere, recandosi in Aula a votare…

Tutto risolto dunque? Non esattamente. Ridurre il numero dei parlamentari è solo l’inizio e, oltre a non bastare, potrebbe pure presentare degli effetti collaterali. Quali? Il disallineamento delle rappresentanze nell’elezione del capo dello Stato. Il presidente della Repubblica, infatti, viene indicato dalle Camere in seduta comune assieme ai senatori a vita e alle delegazioni regionali: col taglio dei parlamentari e senza una revisione degli altri due “elettori” il rischio è quello di aumentare, a scapito del Parlamento, il peso delle autonomie locali.

La soluzione? Anche qui fa parte del bagaglio che FdI ha presentato agli italiani: elezione diretta del presidente della Repubblica e abolizione dell’istituto ottocentesco dei senatori a vita. Una riforma costituzionale organica e al passo coi tempi che, almeno sulla carta, non dovrebbe dispiacere nemmeno ai 5 Stelle «dato che hanno sempre parlato di democrazia diretta…», come ha ventilato Meloni nel giorno della votazione al Senato.

Insomma, con il taglio dei parlamentari è giunto il momento di stanare le reali intenzioni riformiste dell’attuale maggioranza, completando il percorso costituzionale nel nome di una Repubblica più snella ma più autorevole perché meno burocratica ed espressione invece della volontà popolare. A destra – da decenni – sono pronti a votare ciò da qualsiasi posizione. Gli altri?