Giorgia Meloni a «La Repubblica»: «Governo in tilt, senza la spinta delle Regioni l’Italia non avrebbe riaperto»

di Carmelo Lopapa

Sarà la fase due dell’opposizione. In piazza contro il governo, il 2 giugno — non certo per una manifestazione vecchio stile ma magari per i soli parlamentari — puntando alla spallata a Conte. «E poi elezioni in autunno con le regionali», invoca Giorgia Meloni, leader di FdI.

È stata necessaria una nuova notte di trattative con le regioni per rivedere le regole sulle riaperture di domani. Presidente Meloni, che valutazione fa dell’operato del governo? «Semplice: senza la spinta delle Regioni non si sarebbero aperte molte attività. Le Regioni non solo hanno raccolto le richieste del mondo produttivo, ma hanno supplito all’assenza di linee guida o protocolli di sicurezza nazionali economicamente compatibili, facendo valere le loro linee guida condivise. Avessimo atteso il Governo, ci saremmo trovati con negozi chiusi e senza risarcimenti o con regole inapplicabili e suicide. La verità è che sono nel caos. Arrivare a poche ore dalle riaperture senza far sapere chi e come possa riaprire è inaccettabile. Le aziende e i lavoratori non sono numeri».

In queste ore comunque parte davvero la Fase due. Con limitazioni assai più contenute. Lei si sente sicura? «Stiamo aprendo con l’impressione che il virus sia una sorta di geometra, col metro in mano. Chiedevamo protocolli per le imprese anti-Covid, ci siamo ritrovati con protocolli anti-imprese per il Covid.

Il ritardo che il governo Conte ha accumulato è scandaloso. Decreto e ordinanze delle Regioni dovevano essere varati almeno una settimana prima, per dare a imprenditori e commercianti il tempo di organizzarsi. La verità è che a questo governo piace il caos. Probabilmente perché questo costringe molti cittadini a guardare le conferenze stampa di Conte, rigorosamente in prima serata e a reti unificate. Già, perché ormai è dalle dirette tv che i cittadini apprendono i loro nuovi diritti fondamentali».

A proposito. Ha sentito il presidente del Consiglio? Dice che non sempre da voi sono arrivati stimoli a far meglio anche se lui vi ha incontrato con “sincero spirito di collaborazione”. «Che falsità. Con le opposizioni, dopo un iniziale dialogo puramente formale, sono stati cancellati tutti i contatti. I nostri emendamenti al Cura Italia stracciati. E dire che non erano proposte così peregrine, visto che poi alcune sono state inserite nel maxi-emendamento del governo. Altro che collaborazione. È calato il silenzio da settimane. E nonostante questo abbiamo votato le variazioni di bilancio.

Ma nessuno pensa di doversi confrontare con noi su come spendere i soldi che abbiamo trovato insieme. Il Presidente della Repubblica ci ha telefonato settimane fa per chiederci di collaborare, appunto, mi auguro che oggi faccia analoga telefonata a Giuseppe Conte».

Il monitoraggio resta quasi al palo. Ha sentito dei rischi di privacy e sicurezza per la app Immuni? Giorgia Meloni la scaricherà? «No, non lo farò mai. È stata una follia far gestire uno strumento così sensibile sul piano dei dati e della sicurezza di milioni di italiani a una società privata anziché allo Stato. Non vorrei che con la scusa di difendere la nostra salute, in assenza di una legislazione a tutela, la app si trasformasse in un altro strumento per renderci sudditi, una sorta di Grande Fratello sempre più invasivo».

Il 2 giugno sarete in piazza. Il premier Conte sostiene che è nelle vostre facoltà, a patto che rispettiate le regole di sicurezza. «Ma come è umano, il presidente Conte, nel concederci di manifestare. Forse dovrebbe rileggersi qualche articolo della Costituzione: non è una concessione. Solo i regimi decidono chi, e per cosa, possa scendere in piazza. Abbiamo scelto di farlo il giorno della Festa della Repubblica per dar voce agli italiani. E lo faremo nel pieno rispetto delle regole: ci sono mille modi per dare comunque voce al dissenso degli italiani. Basta far lavorare un po’ la fantasia. Sarà un giorno di libertà e di orgoglio. Sarebbe bello se tutto il centrodestra partecipasse convinto».

Ecco, il centrodestra. Berlusconi non sembra affatto convinto. Lei ha annunciato la mobilitazione e Salvini in pochi minuti ha lanciato sui social la stessa iniziativa per la stessa data. Da tempo, più che concorrenza, è battaglia a destra. Dove arriverete? «È un periodo in cui tutto viene interpretato come un braccio di ferro nella coalizione. Niente di più sbagliato. Diciamo che siamo tutti molto frizzanti e ognuno ha curato le proprie iniziative».

Ma scusi, con Salvini vi sentite? Vi coordinate? «Gli ho scritto quando ho letto che anche lui ha pensato a una iniziativa il 2 giugno, perché credo sia giusto organizzarla insieme. Non ha ancora risposto, ma non credo voglia isolarsi. Non avrebbe senso, in questa fase dobbiamo unire, non dividere. Infatti ho chiamato anche Berlusconi».

Ecco, il Cavaliere. Non le sembra sempre più a suo agio nella cosiddetta maggioranza von der Leyen, a Roma come a Bruxelles? «Se si votasse oggi, gli italiani darebbero a noi, insieme, l’onere di guidare l’Italia in questa drammatica fase. Spero tutti ne prendano atto».

Dunque niente larghe intese dopo Conte? Niente Draghi? «Non credo nelle larghe intese. Non sarebbero una buona notizia per gli italiani. Dopo l’emergenza sanitaria, quella economica sarà ancora più lunga, più dura. Servirà un governo coeso e coerente che duri cinque anni. Non c’è niente di lungo respiro che io e il Pd possiamo fare insieme. Fdl, per essere chiari, di un governo cosi non farebbe parte. Diciamo no a esecutivi impresentabili».

Sa bene che al voto in autunno sarà impossibile andare. «E chi l’ha detto? Se si faranno regionali e amministrative in autunno, non vedo dove stia il problema. Cos’è? Il Covid colpisce l’elettore delle politiche e non quello delle regionali? Ogni scusa è buona per non votare, ma sono tutte scuse che non reggono. Lo sanno anche loro e soprattutto gli italiani».