Giorgia Meloni al vertice dei conservatori Ecr: un’italiana alla guida di un grande partito dell’Ue

Il peso della nomina della leader Meloni sullo scenario internazionale, anche fuori dal continente

di Paola Di Caro

Il profilo è apparso subito perfetto. Giovane, donna, in grande crescita personale ed elettorale, leader di partito e aspirante di governo di uno dei paesi più importanti dell’Unione europea.

Chi meglio di poteva incarnare la voglia di crescita, di immagine, di peso, di ruolo dell’, il partito dei Conservatori e dei riformisti europei?

E così, dopo qualche settimana di dibattito, è arrivata la richiesta di disponibilità praticamente unanime da parte delle forze componenti.

Ed è arrivato il sì della leader di Fratelli d’Italia, che ieri a tarda sera è stata eletta presidente del partito che a livello europeo rappresenta la destra di governo e quella che si candida a diventarlo. Una nomina prestigiosa — nessun politico italiano aveva mai presieduto partiti europei come il Pse e il Ppe (eccetto Monica Frassoni, per un periodo alla guida dei Verdi) —, coerente con un percorso da tempo intrapreso.

Sì perché il partito dei Conservatori e riformisti europei, fondato nel 2009 dopo la creazione dell’omonimo gruppo al Parlamento europeo, non solo riunisce tutte le forze di area che non si schierano né con il più centrista Ppe, né con il più estremo raggruppamento che vede assieme tra gli altri la Lega e il Front National della Le Pen, oltre ad essere un importante punto di riferimento per la destra europea, ha rapporti di «gemellaggio» per così dire con i maggiori partiti conservatori del mondo: dal partito repubblicano americano all’israeliano Likud, dal partito liberale australiano al partito conservatore canadese.

E chi lo rappresenta, si capisce, ha il compito anche di tessere relazioni, tenere i contatti, portare avanti politiche comuni. Una grande porta che si spalanca per chi, come Meloni, necessita interlocutori internazionali in vista della possibile sfida per la leadership del centrodestra.

Lavoro che ha già dato i suoi frutti quindi, se è vero che la leader di FdI, che ha portato nel 2019 il suo partito nell’eurogruppo del quale già faceva parte (oggi co-capogruppo e vice presidente dell’Ecr), è stata scelta dai colleghi di forze di governo come il partito vicino al presidente polacco Duda, di opposizione in crescita come lo spagnolo Vox, di tutti i paesi del patto di Visegrád (tranne Orbán, che resta nel Ppe) e dell’Est.

Un blocco che si è sicuramente indebolito dopo l’uscita dei Conservatori inglesi dall’Ue, ma che conta — con la scelta di Meloni — di guadagnare nuovi consensi e nuovi rapporti.

Interesse reciproco, d’altronde. La Meloni sa benissimo che nella sfida mai dichiarata ma nei fatti con Salvini, l’accreditamento internazionale ha un peso cruciale.

E da due anni si muove per guadagnarselo, attraverso una rete sempre più fitta di relazioni tessute in sia da Fitto sia da Carlo Fidanza, capodelegazione di FdI, e in America da più contatti diretti che hanno portato a due visite con incontro informale con Trump, una nel 2019 al Cpac (convegno annuale degli attivisti conservatori) e l’altra lo scorso febbraio a Washington al National Prayer and Breakfast, ristretto circolo della destra Usa. Di converso, la manifestazione del partito — la festa di Atreju — si è sempre più aperta ad ospiti internazionali.

Movimenti che non sono passati inosservati nelle cancellerie e sulla stampa europea e d’Oltreoceano, dove la Meloni guadagna spazio e attenzione.

Che oggi le richiederanno di raddoppiare gli sforzi, perché il ruolo di presidente non resti solo un titolo ma sia una carta pesante da spendere al tavolo della coalizione di centrodestra.