Giorgia Meloni a «La Stampa»: «I conservatori vogliono un’Europa confederale di Nazioni libere e sovrane»

di Francesca Paci

«I polacchi non sono contrari al Recovery, ma alle condizionalità eccessive sul Recovery». In un’intervista a «», , neoeletta presidente dei Conservatori e riformisti europei, incalza l’: «Deve dare una mano perché siamo messi male, tutti». Meloni rivendica poi di aver denunciato, tra i primi, l’assenza dell’Europa, quando il Covid sembrava un problema italiano. E sul fronte migranti, la leader di Fratelli d’Italia sposa la tesi dei polacchi: difendiamo tutti insieme i confini.

Complimenti a Giorgia Meloni, neoeletta presidente dei Conservatori e riformisti europei, la terza forza politica del Parlamento di Bruxelles. Chi si è già congratulato per questo incarico in Italia? «Mi ha telefonato Paolo Gentiloni, mi ha fatto piacere, un augurio di buon lavoro tra italiani sia pur con posizioni differenti. Ho ricevuto anche un’accoglienza calorosa a Montecitorio».

Cosa significa presiedere i Conservatori e riformisti europei (Ecr)? «Significa non essere isolata: l’Europa non si esaurisce in due sole opzioni, uscire o prostrarsi in ginocchio. Io rappresento la terza via blairiana di destra, sto in Europa con i partiti che condividono un modello confederale, con Nazioni che collaborano ma restano sovrane in casa propria. Oggi l’Ue non ha una politica estera ma si occupa di carote e vongole. Ecco, vorrei l’opposto: di queste cose si occupino gli Stati, mentre l’Europa dovrebbe pensare alle grandi materie di interesse comune».

Si dice che Salvini abbia provato a portare la Lega nel Ppe. I Conservatori, non lo vogliono? «Non lo so, ne parleremo nei prossimi giorni».

Qual è in Europa la differenza tra i sovranisti di Salvini e i Conservatori? «I conservatori non si limitano alla critica ma fanno un passo successivo, propongono un’idea alternativa di Europa, nel solco di un pensiero presente fin dall’inizio del processo di integrazione europea».

Talmente alternativi che i Visegrad sono pronti a ritardare il Recovery Fund affamando l’Italia. «Gli stati di Visegrad hanno governi che fanno parte un po’ di tutte le famiglie europee. Solo Varsavia è a guida Ecr. I polacchi non sono contrari al Recovery ma alle sue condizionalità eccessive. L’Europa deve dare una mano perché siamo messi male, tutti. Rivendico di aver denunciato, tra i primi, l’assenza dell’Europa, quando il Covid sembrava un nostro problema: oggi abbiamo 200 miliardi destinati, sia pur in tempi non adeguati, all’Italia. I polacchi dicono solo di spendere questi soldi come gli altri, senza il freno di emergenza. Vale per tutti. Capisco alcune perplessità europee sul sistema pensionistico italiano, ma la riforma più adatta non me la può spiegare Bruxelles. Ogni Stato deve essere responsabile ma è sovrano a casa propria. Occhio che su questo le obiezioni arrivano dai conservatori polacchi ma anche dai liberal olandesi».

Il veto della Polonia impedisce anche la revisione del Trattato di Dublino e dunque il meccanismo di redistribuzione dei migranti che alleggerirebbe l’Italia. Spiegherà a Varsavia che Eu significa beneficiare dei fondi comuni ma anche condividere le responsabilità? «Sono d’accordo con loro. Dublino è un finto problema, si occupa dei profughi, ossia il 10% del totale dei migranti. La Polonia dice: tutti insieme difendiamo i confini ma se voi siete il buco nella rete è un vostro problema. Ha ragione. La soluzione non è la soluzione dell’Italia ma neppure dell’Europa, io propongo da sempre il blocco navale e poi distinguiamo tra rifugiati e immigrati clandestini. Vi invito a leggere bene il piano proposto dalla Von der Leyen, scoprirete che non sono solo i “cattivi” Stati dell’Est a chiedere di combattere l’immigrazione illegale, ma anche la commissione UE, e tutti gli Stati europei. Francia e Germania in testa».

Il governo Conte e Confindustria sembrano aver siglato la tregua. Cosa si aspetta? «Quello che si aspetta Confindustria, ossia che il governo abbia lucidità e comprenda l’urgenza di cogliere le risorse del Recovery senza dissipare facendo mille cose senza impatto sull’economia. C’è una frase di Bonomi che condivido: neanche 100 miliardi ti aiutano se dai una goccia a tutti. Per noi di FdI i soldi vanno investiti su tre direttrici: difesa dei posti di lavoro, sostegno alle imprese che resistono e aiuto agli italiani che non ce la fanno. Sebbene i soldi europei arrivino tardi e condizionati, pensiamo a spenderli bene, in ballo non c’è il futuro del governo ma degli italiani».

Collaborerà FdI al Patto per l’Italia? «Siamo sempre stati disponibili, a differenza del governo. Dall’inizio dell’emergenza Covid abbiamo presentato oltre 2000 proposte per avere indietro come risposta il silenzio. Possibile che non ce ne fosse neppure una buona? Comunque siamo qui».

Come ritiene abbia gestito l’emergenza Covid il governo Conte al netto del fatto che abbiamo i contagi più bassi d’Europa? «L’ha gestita in ritardo, poteva fare meglio se avesse avuto la concentrazione. Quando il 20 febbraio Zingaretti prendeva l’aperitivo denunciando il razzismo anti cinese noi chiedevamo già le mascherine».

Quelle che Salvini snobba? «Io ho sempre ritenuto di fidarmi del governo perché disponeva di esperti a me preclusi. Ma è intollerabile l’uso che la maggioranza ha fatto discriminante del Covid: tutti a casa, tranne chi scendeva in piazza per il 25 aprile. Allora qualcuno si può innervosire, il problema non è Salvini ma il governo con il classico due pesi e due misure».

Perché ha deciso di andare a Catania con Salvini? «Salvini sa che gli stiamo sempre vicino. Ma stavolta vado per difendere un principio: un ministro non può essere processato per aver contrastato l’immigrazione illegale, come chiedevano gli italiani».

Che idea si è fatta della vicenda dello stipendio di Tridico? «Il problema non è lo stipendio ma il merito. Il problema è raddoppiarlo mentre dopo sei mesi la gente non riceve ancora la cassa integrazione».