Un’area verde alla memoria di Norma Cossetto “Omaggio a vittima dell’odio anti italiano”

L’area verde tra via Marzioli e via Schippisi, nel quartiere Besurica a Piacenza, intitolata alla memoria di Norma Cossetto, studentessa italiana, istriana, vittima delle foibe.

La cerimonia ufficiale di intitolazione si è svolta nella mattinata del 12 febbraio, alla presenza del sindaco Patrizia Barbieri e di altre istituzioni cittadine. Sono inoltre intervenuti, per un breve saluto, Nicolò Bussachini e Giada Ferrari per la Consulta degli Studenti di Piacenza.

“Dedicandole quest’area verde – le parole del primo cittadino riferite a Norma Cossetto -, nella condivisione della nostra comunità, rendiamo il nostro omaggio partecipe e sincero non solo a una vittima dell’odio anti italiano e del feroce disegno di egemonia del regime di Tito, ma ancor prima a una ragazza che ha subìto atti indicibili di violenza e sopraffazione, in un disegno di pulizia etnica e suprematismo nazionalista che troppe volte ha fatto e continua a fare, del corpo femminile, terreno di guerra, affrancando lo stupro come aberrante affermazione di potere”.

Già ieri, 11 febbraio, Il Comitato “Norma Cossetto” aveva espresso “profonda soddisfazione per l’intitolazione di un parco a Norma Cossetto, Martire delle e Medaglia d’Oro al Merito Civile, vedendo così accolta di fatto la propria proposta presentata all’amministrazione locale”. “Quest’anno – le parole del Comitato – abbiamo assistito finalmente a livello nazionale un’apertura sul tema delle foibe che fino a qualche anno fa era impensabile, grazie soprattutto al lavoro del Comitato 10 Febbraio e dei tanti comitati cittadini costituitisi a livello locale.

Restano comunque da isolare ulteriormente le ancora troppe sacche di negazionisti, revisionisti, riduzionisti e giustifcazionisti che ancora tentano di distorcere la storia, andando così a sporcare la memoria dei numerosi compatrioti caduti per il solo fatto di essere italiani. Parlando ai cittadini e agli studenti nelle scuole possiamo far sì che vi sia la completa conoscenza dell’argomento e lavorare affinché simili tragedie non accadano più”.

“Come comitato ci faremo sicuramente promotori di iniziative culturali rivolte alla cittadinanza – la chiosa finale -, auspicando che il Comune di Piacenza voglia supportare il nostro lavoro. Il ricordo oggi più che mai deve restare vivo”.

IL DISCORSO INTEGRALE DEL SINDACO PATRIZIA BARBIERI – Aveva solo 23 anni, Norma Cossetto, quando in una sera di fine settembre del 1943 un gruppo di partigiani titini irruppe nella casa della sua famiglia, a San Domenico di Visinada. Diciassette giorni prima, il generale Badoglio aveva reso nota la firma dell’Armistizio e di lì a poco si era aperta, nelle terre della Venezia Giulia, una stagione di brutale oppressione di cui sarebbero stati vittima, per la loro identità e le loro radici, migliaia di nostri connazionali.  Norma era una studentessa di Lettere e Filosofia all’Università di Padova, prossima alla laurea.

Mentre le milizie slave razziavano e distruggevano ogni cosa tra quelle mura che l’avevano vista crescere, a infrangersi in quegli stessi istanti erano anche i suoi progetti per il futuro, i suoi sogni di giovane donna. L’indomani, infatti, gli uomini di Tito tornarono per prelevarla, conducendola nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove le promisero la e mansioni direttive se avesse accettato di unirsi al movimento partigiano, collaborando con il regime comunista.

Al suo deciso e orgoglioso rifiuto venne rilasciata, ma il giorno seguente fu arrestata di nuovo e rinchiusa nell’ex caserma della Guardia di Finanza, a Parenzo. Qui la videro, per l’ultima volta, la sorella Licia e il cugino Giuseppe, che ogni giorno in bicicletta raggiungevano il luogo della detenzione nella speranza di avere sue notizie.

Quando uno dei carcerieri le permise di affacciarsi sulla soglia, le due ragazze scoppiarono a piangere e Giuseppe, che nelle pagine di un diario ha rievocato quegli istanti con commozione, scorse nella cugina “così magra, stanca, mal vestita, spettinata”, le tracce degli stenti, delle privazioni, dell’accanimento, senza poter immaginare che il vero martirio di Norma avrebbe avuto inizio di lì a poco, quando la trasferirono nel cuore dell’entroterra istriano ad Antignana.

Nelle aule della scuola locale, i prigionieri venivano percossi, ingiuriati, umiliati giorno dopo giorno. Norma fu ben presto separata dagli altri. Le corde la tenevano legata a un tavolo e qui fu costretta a subire l’atroce, disumana violenza, gli abusi e le torture di 17 aguzzini. Forse, in quella notte tra il 4 e il 5 ottobre del ’43, quando anche lei si incamminò a forza con gli altri detenuti – spinti, malmenati, derisi mentre procedevano a fatica, il fil di ferro a unirne il profilo e i destini – cercava di nuovo la vita. Ma ad attenderla c’era solo il ventre freddo della foiba di Villa Surani, dove fu gettata, come gli altri, mentre ancora respirava.

Quando i Vigili del Fuoco di Pola si calarono nel buio di quella voragine, due mesi più tardi, la ritrovano senza abiti, supina su un cumulo di salme, le braccia ancora strette da quelle manette improvvisate. Il suo corpo violato, offeso, sfregiato divenne il simbolo di un orrore che a fatica poterono raccontare coloro che ne erano stati testimoni.

A Giuseppe Cossetto, chiamato sul posto, fu chiesto di portare una pinza per recidere il fil di ferro che legava le mani a Norma e agli altri paesani: un ultimo gesto di pietà, compiuto con amore, che egli non avrebbe mai dimenticato. “La nostra sola colpa – ha ribadito Licia Cossetto settant’anni più tardi, nella sua ultima allocuzione pubblica in memoria della sorella – era quella di essere e di voler restare italiani”.

E fu proprio la “luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”, la motivazione con cui il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi tributò, nel 2005, la Medaglia d’Oro al Valore Civile alla memoria di Norma.

Solo pochi mesi prima, grazie all’istituzione ufficiale della Giornata del Ricordo che si celebra il 10 febbraio, si restituiva alla tragedia delle e dell’esodo giuliano-dalmata nel secondo Dopoguerra la dimensione di patrimonio collettivo della nostra storia, rendendo onore a tutti gli italiani uccisi, perseguitati e costretti a lasciare la propria terra d’origine.

Le drammatiche circostanze della prigionia e della morte di Norma Cossetto ne fanno ancora oggi il simbolo di questo percorso di immane sofferenza, che solo in anni recenti ha trovato il doveroso e unanime riconoscimento delle istituzioni e della politica. Intitolare a questa giovane donna, martire delle Foibe, uno spazio pubblico, frequentato da tante famiglie con i loro bambini, significa consegnare alle generazioni future gli insegnamenti più dolorosi e significativi del nostro passato.

Con questa consapevolezza abbiamo accolto, insieme ai colleghi di Giunta, la richiesta avanzata dal Comitato che di Norma porta il nome: ringrazio i suoi componenti per la sensibilità e l’impegno con cui coltivano e difendono su ciò che accadde in quegli anni, lungo il confine orientale del nostro Paese.

Dedicandole quest’area verde, nella condivisione della nostra comunità, rendiamo il nostro omaggio partecipe e sincero non solo a una vittima dell’odio anti italiano e del feroce disegno di egemonia del regime di Tito, ma ancor prima a una ragazza che ha subìto atti indicibili di violenza e sopraffazione, in un disegno di pulizia etnica e suprematismo nazionalista che troppe volte ha fatto e continua a fare, del corpo femminile, terreno di guerra, affrancando lo stupro come aberrante affermazione di potere.

Ed è perché mai più si debbano rivivere simili orrori, che dobbiamo trovare nella conoscenza del passato il coraggio di denunciare e combattere ogni forma di intolleranza, di violenza, di oppressione, condividendo l’impegno per una società più giusta, equa e pluralista, capace di dialogare nel presente e di identificarsi, con consapevolezza e rispetto, nella memoria condivisa della nostra storia.