Giorgia Meloni a «Milano Finanza»: «FdI ha chiesto a Draghi di creare una struttura di intelligence economica, l’Italia torni a prendere il controllo delle infrastrutture strategiche nazionali»

di Roberto Sommella

Unica opposizione. Non tanto al governo di Mario Draghi su cui, provvedimento per provvedimento, poi si vedrà, quanto su un certo modo di fare politica economica. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, si è fatta notare per aver incalzato l’esecutivo uscente su temi caldi quali la super Borsa, Tim e Mps. MF-Milano Finanza l’ha intervistata per capire meglio cosa c’è dietro il suo «no» alle logiche di mercato e se incalzerà anche l’ex presidente della Bce.

Presidente Meloni, come giudica il governo Draghi? «È impossibile giudicare qualcosa che non si conosce. Per il momento, al netto dell’incarico conferito al presidente Draghi, non conosciamo cosa farà.

Quello che sappiamo è che la scelta di non tornare alle urne e di dare a Mario Draghi il mandato di formare un governo non era la strada che Fdl ha individuato come maestra: per noi la parola deve essere data agli italiani.

E lo diciamo non per partito preso ma perché crediamo che una situazione difficile e delicata come quella che sta attraversando l’Italia abbia bisogno di essere gestita da un governo forte di un ampio consenso popolare».

Le prime impressioni? «Alle consultazioni abbiamo avuto, con il presidente incaricato, un lungo incontro. Credo che sia stato molto felice di aver parlato di temi concreti per la Nazione, non di poltrone e ministeri.

Al presidente Draghi abbiamo detto che Fratelli d’Italia non farà parte della compagine di governo, perché non condividiamo il metodo della nascita di questo esecutivo e perché siamo purtroppo consapevoli che qualunque governo, persino se presieduto da Draghi, sarà ostaggio in mano a un Parlamento in mano alla sinistra e ai grillini.

Con la stessa franchezza, abbiamo detto a Draghi che da patrioti quali siamo faremo un’opposizione patriottica sui contenuti e valuteremo senza pregiudizi di volta in volta i provvedimenti che presenterà».

Fratelli d’Italia ha espresso dubbi sull’operazione Borsa-Euronext-Cdp: perché? «In pochi sanno che in Francia a partire dal 1997 è nata una vera e propria scuola di guerra economica (École de Guerre Économique) che ha tra gli obiettivi quello di formare classe dirigente e studiare strategie di difesa del tessuto produttivo nazionale da eventuali aggressioni estere, assumendo il ruolo di una vera e propria intelligence economica».

Una Maginot che funziona in questo caso: che rischio ci sarebbe? «Non sarà sfuggito agli occhi di chi segue attentamente le dinamiche economiche all’interno della Ue che da anni la presenza francese nel tessuto produttivo italiano si è moltiplicata, andando a occupare ruoli di primo piano anche nelle aziende e nelle infrastrutture strategiche.

Ci sono degli asset che gli Stati nazionali si tengono ben stretti, perché sono giudicati vitali per l’esistenza stessa della nazione. In Italia negli ultimi decenni è, diciamo così, mancata l’attenzione verso questo grande tema. L’operazione di Borsa-Euronext è solo l’ultima di una lunga serie che vede società straniere, prevalentemente francesi, prendere il controllo di “siti sensibili”.

Nello specifico, consentire a una società francese guidata da personalità legate a doppio filo con lo Stato francese di prendere il controllo di Piazza Affari, equivale a regalare un punto d’osservazione privilegiato sul tessuto produttivo e industriale italiano, esponendoci ancora di più ad operazioni di tipo predatorio».

L’Italia esprimerà il presidente come anticipato da questo giornale, ma perché usa il termine predatorio? «Il termine, non è coniato da me ma usato nel rapporto dei nostri servizi al Parlamento. Peraltro, ricordo che l’acquisizione da parte dei francesi della Borsa non era l’unica possibile perché ce ne erano altre in campo, nemmeno vagliate.

Non solo: il governo Pd-M5S non si è minimamente attivato per valutare ipotesi di una cordata italiana, dando così il segnale che i giochi erano già stabiliti e non sarebbero state gradite iniziative nazionali».

Quindi cosa proponete? «Fratelli d’Italia ha le idee molto chiare su questi argomenti, troppo spesso trascurati dal sistema dell’informazione. Ed è per questo che abbiamo chiesto al presidente incaricato Draghi di intervenire con urgenza nell’organizzazione dei nostri servizi per creare una forte struttura di intelligence economica».

Lei ha criticato anche la presenza di Vivendi in Tim, paura di una campagna di shopping francese anche lì? «La presenza della francese Vivendi in Tim è soltanto la punta dell’iceberg, che ci permette di richiamare il vero tema nascosto sotto la superficie: la proprietà dell’infrastruttura di telecomunicazioni.

Siamo la Nazione che con Meucci ha inventato il telefono e nel mondo avanzato siamo gli unici a non controllare più la rete di telecomunicazioni. Fino agli anni ’90, attraverso la Stet e la Sip, eravamo proprietari di una rete tecnologicamente avanzata, costruita col sacrificio degli italiani negli anni precedenti. Invece di liberalizzare il servizio di telefonia abbiamo privatizzato l’infrastruttura, consegnandola ad un soggetto monopolista che ha dominato per almeno due decenni il mercato dei servizi di tlc, forte della proprietà dei “binari” su cui corrono i dati. E nel tempo è finita sotto controllo straniero».

E la legge del mercato globale: spesso si ammainano le bandiere. «Questa è un’anomalia che non solo crea squilibri sul mercato, ma che ci espone anche sul fronte della sicurezza perché lo Stato italiano non controlla una delle sue infrastrutture strategiche più importanti.

L’operazione Open Fiber poteva e doveva essere la grande occasione per riprendere possesso della rete di telecomunicazione nazionale per metterla a disposizione degli operatori in reale regime di libero mercato.

Paradossalmente, è la stessa cosa che richiede l’Unione Europea: la rete deve essere neutrale e un operatore non può essere allo stesso tempo proprietario della rete. Come mai il precedente governo non si è allineato a quanto richiesto dall’Europa?

Mi rendo conto che sarebbe un duro colpo per i francesi di Vivendi, che attraverso Tim vogliono continuare a controllare la nostra rete di Tlc, ma cosa avrebbe fatto lo Stato francese a parti inverse?».

Potrebbe servire un Fondo sovrano italiano, sarebbe d’accordo? «Un fondo è per definizione uno strumento finanziario. Dobbiamo soltanto chiarirci sugli obiettivi che vogliamo raggiungere.

La stessa sovranità nazionale è legata al modello di sviluppo industriale che vogliamo perseguire nel prossimo decennio. Il mondo viaggia ad una velocità supersonica e nella visione di Fratelli d’Italia lo Stato è quell’entità che ha il dovere di mettere in condizione le forze produttive di creare ricchezza.

Questo è possibile solo se torniamo a prendere il controllo delle infrastrutture strategiche come porti, aeroporti, ferrovie, autostrade, reti idriche, elettriche e digitali, investendo sulle stesse e rendendole neutrali e performanti.

Se questi fossero gli obiettivi di un ipotetico fondo sovrano italiano, allora certo che sarebbe auspicabile la sua creazione. Siamo un grande popolo, abbiamo grandi risorse, il nostro genio è conosciuto in tutto il mondo: tutti i nostri sforzi devono essere concentrati per creare le condizioni ideali affinché la capacità d’impresa degli italiani possa esprimersi senza freni e interferenze».

Perché secondo lei Mps deve restare italiana? «Monte Paschi di Siena è la più antica banca attualmente operante del mondo, ha oltre 500 anni di attività, è un pezzo di storia di Siena e d’Italia.

L’istituto, nata in pieno Rinascimento, ha conosciuto negli ultimi decenni una gestione dissennata, ostaggio degli appetiti della sinistra italiana che l’ha portato nel 2016 sull’orlo del crack.

Lo Stato è intervenuto stanziando 5,4 miliardi di euro dei cittadini italiani e all’epoca Padoan aveva giustificato quest’operazione dicendo che dopo la ricapitalizzazione e la successiva ristrutturazione lo Stato sarebbe rientrato con gli interessi dei soldi dalla futura privatizzazione.

A distanza di cinque anni ci troviamo con una banca ancora fortemente in perdita, con il patrimonio dissipato e condizioni di mercato assolutamente sfavorevoli alla privatizzazione, che costerebbe allo Stato altri miliardi per una “dote” che cresce ogni giorno di più.

Per di più c’è un’operazione in corso ormai nota a tutti e che ha come obiettivo finale quello di servire su un piatto d’argento la scalata da parte della finanza straniera, in particolare quella francese».

Niente matrimonio con Unicredit quindi? «Mps va tutelata e risanata, chi ha gestito male i fondi deve pagare. Ad oggi non ci sono le condizioni per privatizzarla, sarebbe troppo forte il costo per lo Stato e troppo alto l’impatto sociale sul territorio.

Anche in virtù dell’attuale emergenza Covid, chiediamo al futuro governo di intervenire presso la Commissione europea affinché venga rinviata la privatizzazione della banca, almeno fino a quando le condizioni di mercato siano vantaggiose, per Siena e gli italiani».

Dopo le consultazioni il centrodestra è più coeso o più diviso? «Rispetto a questo nuovo Esecutivo che nascerà il centrodestra ha assunto sicuramente delle posizioni diverse ma c’è da dire che la coalizione, seppur a fatica, si presenta unita quando deve farlo.

Fratelli d’Italia ha deciso coerentemente con il suo percorso, con quanto affermato in campagna elettorale: mai con il M5S e mai con la sinistra. Rispetta le scelte di tutti, non giudica, ma si aspetta il rispetto di tutti. Non è la prima volta che i nostri alleati decidono di fare esperienze di governo fuori dal perimetro del centrodestra.

È successo con Forza Italia all’epoca del governo Letta, è successo alla Lega con il primo governo Conte. Fratelli d’Italia è sempre rimasta a presidiare la casa comune del centrodestra e continuerà a farlo. Spero che presto il centrodestra abbia la possibilità di ricompattarsi per dare all’Italia un governo coeso, forte, con una visione e un programma condiviso».