Giorgia Meloni, Pietro Senaldi e i sondaggi: “Perché per FdI il 30% non è più un azzardo”

La leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, dal palco di Piazza del Popolo, Roma, 4 Luglio 2020. ANSA/UFFICIO STAMPA

di Pietro Senaldi

È l’incasso del venerdì. Ogni settimana, da quando occupa solitario il campo dell’opposizione, Fratelli d’Italia sale uno scalino. A questo giro però la Meloni è avanzata di due gradini in un colpo: l’8 aprile l’istituto demoscopico Youtrend la dava al 17,2%, sette giorni fa al 17,4, ieri al 17,9, solo uno 0,9% sotto il Pd.

Un mese fa, proprio in un’intervista a Libero, , cofondatore con Giorgia del partito, pronosticò che, da qui alle prossime elezioni Politiche, Fdi potrebbe sfiorare il 30% dei consensi.

Sembrava un azzardo, ora è una possibilità reale. D’altronde, a inizio anno la creatura della Meloni era ancora dietro rispetto a Cinquestelle, superati stabilmente da sette settimane e attualmente distanziati di un punto. Giorgia ha subito delle pressioni notevoli per entrare nel governo, l’inverno scorso.

Ha avuto la forza e la lungimiranza di resistervi e ora i sondaggi la premiano. Il punto è se la crescita è dovuta solo all’abilità di speculare sul fatto di essere l’unica forza anti-governativa o se sia in corso un consolidamento strutturale.

Insomma, se il consenso è legato solo alla protesta o se invece sta nascendo un nuovo partito conservatore capace di uscire definitivamente dai confini della destra sociale.

È il progetto che sta portando avanti Crosetto, che si è dimesso dal Parlamento per avere le mani più libere. Dietro la sua porta c’è la fila, intorno a lui si sarebbero radunati trecento professori universitari pronti a creare una classe dirigente.

Il problema della destra e della sinistra, dicono i vecchi liberali, è che i loro capi si fidano solo di chi è cresciuto attaccando i manifesti con loro.

È la solita accusa a Fdi di essere settario e provinciale; la sinistra direbbe post-fascista. Sono vecchi stereotipi duri a morire ma smentiti dai numeri impressionanti della crescita.

Chi sono i nuovi seguaci di Giorgia? Gratta, gratta, la Meloni sta rubando a tutti. All’inizio Giorgia ha preso a Forza Italia, sulla quale prima del Covid Fdi ha lanciato un’opa al Nord, facendo incetta di consiglieri azzurri e strizzando l’occhio all’imprenditoria.

Poi si è spartita con la Lega i voti anti-casta della destra finiti per sbaglio a M5S nel boom elettorale che il partito ebbe nel 2018, sgonfiatosi drammaticamente in meno di un anno.

Parte della crescita è dovuta alla penetrazione nelle periferie dove, costante negli anni, Fratelli d’Italia ha attirato i consensi dei ceti più bassi che non si sentivano più rappresentati dalla sinistra.

LA NARRAZIONE

Adesso, con Salvini passato al governo, la Meloni beneficia anche della rabbia delle partite Iva e dei ristoratori, ai quali le aperture ottenute dalla Lega non sono sufficienti e che vorrebbero un’accelerata ancora più marcata.

Questi in realtà sono i voti più ballerini, perché potrebbero tornare alla casa madre qualora l’ex ministro dell’Interno riuscisse a cambiare la narrazione del suo sostegno a Draghi.

Matteo è entrato nell’ammucchiata di governo, consapevole che ne avrebbe pagato il prezzo nel breve periodo, per rappresentare gli imprenditori, i dipendenti e i liberi professionisti che, dopo l’esperienza giallorossa, vedevano l’ex banchiere europeo come un porto sicuro.

È stato anche tirato per la giacchetta dai suoi amministratori locali e dai suoi uomini di Palazzo a Roma, che volevano contare di più. Ora il leader leghista patisce la circostanza di fare opposizione nei toni sostenendo però il governo nei fatti e soffre di non avere un ministero proprio, che gli dia visibilità e gli consenta di mostrarsi leader d’azione.

Se raccontasse ogni minima apertura come un suo successo, come in effetti è, anziché farla passare per una sconfitta, probabilmente i sondaggi tornerebbero a premiarlo.

Fare la voce critica del governo al governo può avere un senso, a patto che non si insegua l’opposizione dai banchi della maggioranza, ma si ottenga ogni giorno qualcosa e si sia capace di intestarselo, parlando del bicchiere mezzo pieno anziché di quello mezzo vuoto.

In politica si prendono consensi se si dà l’impressione di essere convinti della propria azione, non se si recrimina, come a Salvini dovrebbero insegnare i suoi giorni luminosi al Viminale.