Cosa c’è davvero dietro lo scontro Draghi-Meloni

La leader di Fratelli d’Italia e futura premier ritiene che il governo non abbia rispettato tutti gli impegni del Piano: “Ci sono ritardi evidenti e difficili da recuperare”. Palazzo Chigi non ci sta: “Se ce ne fossero, la Commissione non verserebbe i soldi”. Chi ha ragione?

Il primo scontro tra Mario Draghi e arriva a meno di due settimane dal voto dal 25 settembre, e nel giorno del rifiuto del ministero dell’Economia che l’agenzia Bloomberg attribuisce a Fabio Panetta, dirigente della Bce. Seppur a distanza, la dialettica Draghi-Meloni è diventata dall’oggi al domani particolarmente aspra, anche a causa del tempismo “particolare”.

Succede tutto quasi in contemporanea con il downgrade ventilato dall’agenzia di rating Moody’s, che porterebbe i nostri titoli a livello “spazzatura” se non saranno rispettati gli obiettivi del Pnrr. 

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e futura premier, accusa nemmeno troppo velatamente il governo di Mario Draghi di non aver rispettato gli impegni del Piano: “Ci sono ritardi evidenti e difficili da recuperare”, dice davanti all’esecutivo del suo partito.

Per la prima volta dalla sera della vittoria elettorale, la premier in pectore marca una distanza netta rispetto al governo Draghi, sia nei toni che nel merito: “Ereditiamo una situazione difficile: i ritardi del Pnrr – afferma – sono evidenti e difficili da recuperare e siamo consapevoli che sarà una mancanza che non dipende da noi ma che a noi verrà attribuita anche da chi l’ha determinata”.

Ma non solo. Meloni avrebbe anche detto un’altra frase importante durante l’incontro con i suoi: “Non andrò al Consiglio europeo del 20 e 21 ottobre. A cosa serve forzare i tempi per un appuntamento in cui si rischia di portare a casa poco, o peggio ancora, un fallimento?”. 

Lo “scontro” tra Mario Draghi e sul Pnrr

Un modo per mettere le mani avanti che non piace all’attuale esecutivo. E quella che arriva dal presidente del Consiglio sembra proprio una replica a distanza. “Spetta al prossimo governo continuare il lavoro di attuazione” del Pnrr “e sono certo che sarà svolto con la stessa forza ed efficacia.

Non ci sono ritardi nell’attuazione del Pnrr: se ce ne fossero, la Commissione non verserebbe i soldi”, ribatte il premier Mario Draghi, in un passaggio del suo intervento a Palazzo Chigi con i ministri e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli.

La relazione sullo stato di attuazione del Pnrr mette nero su bianco che tutti gli obiettivi ufficialmente sono stati rispettati, ma non solo: alcuni di quelli da raggiungere entro il 31 dicembre sono stati raggiunti in anticipo, proprio in vista del passaggio di consegne per far in modo che un nuovo esecutivo si ritrovasse in una posizione “il più avanzata possibile”. 

Draghi dà i numeri: l’Italia è pronta a ricevere altri 21 miliardi di euro, dopo i 45,9 miliardi (per un assegno complessivo da 48,2 miliardi) ricevuti nel corso dei primi nove mesi del 2022.

Il cronoprogramma riscritto da Draghi e da Garofoli un mese fa ribadisce che 21 obiettivi su 55 già raggiunti, altri 8 saranno raggiunti dallo stesso Draghi entro ottobre, gli altri 26 saranno avviati ma dovrà concluderli il prossimo governo.

Meloni con le sue parole sui ritardi nel Pnrr probabilmente stava facendo riferimento a una constatazione che ha, a un primo livello di lettura, certamente del vero: l’Italia ha speso solo una parte dei fondi erogati, 5,1 miliardi contro i 13,7 ricevuti, come spiegato alcuni mesi fa dallo stesso ministro dell’Economia Daniele Franco.

Quindi un conto è la fase di attuazione normativa più bandi, un’altra è la cosiddetta “messa a terra” dei progetti. La Nota di aggiornamento al Def certificava essa stessa che l’ammontare delle risorse effettivamente spese nel 2022  sarà inferiore alle proiezioni presentate nel Def di aprile “per il ritardato avvio di alcuni progetti che riflette, oltre i tempi di adattamento alle procedure, gli effetti dell’impennata dei costi delle opere pubbliche»”.

Dei 191 miliardi assegnati al nostro paese, circa 21 saranno effettivamente spesi entro dicembre, rispetto ai 29,4 miliardi ipotizzati in un primo momento.

In Fratelli d’Italia pensano, tra l’altro, che il Pnrr vada modificato in base alle nuove esigenze che si sono create dopo l’aumento dei costi delle materie prime. 

I fondi di compensazione previsti per l’aumento dei prezzi delle materie prime, circa 7 miliardi, vengono giudicati troppo pochi dagli esperti del partito, che ritengono ne servirebbero quattro volte tanto. Altrimenti si rischia che molti bandi vadano deserti.

Le parole di Meloni sembrano derivare soprattutto dalla consapevolezza di entrare a Palazzo Chigi in una fase storica molto complessa, con una guerra ai confini dell’ e una crisi energetica che mette a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Qualcuno ci vede anche il tentativo, a favor di alleati, di iniziare a scrollarsi di dosso i sospetti di mantenere una sostanziale “continuità” con il governo Draghi, accusa rilanciata persino da alcuni colleghi di centrodestra nei giorni scorsi quando è parso chiaro che anche nel governo a guida Fdi ci saranno tecnici nei ruoli chiave.

In serata poi  manda un messaggio per cercare di rasserenare gli animi: “Non c’è nessuno scontro con Draghi”. La presidente di Fratelli d’Italia non ha interesse alcuno nell’alimentare un duello. Se non lo si vuole definire scontro, la “polemica” tra premier attuale e premier in pectore è destinata a restare aperta, perché permangono concezioni del Pnrr divergenti.

Meloni ha infatti nella revisione del piano uno degli obiettivi della campagna elettorale che l’ha vita trionfatrice, ma gli esaminatori della Commissione in tal caso vorrebbero avere informazioni dettagliate su cosa ha intenzione di fare il governo di centrodestra su temi come fisco e concorrenza, su cui l’ è più attenta. Insomma, se ci sarà continuità col governo attuale o meno. 

Draghi dal canto suo sarebbe certo che l’ipotesi di rinegoziare il finanziamento dei progetti, in primis a causa dell’inflazione, in questo momento sia fuori dalla realtà: si rischierebbe invece un rallentamento nell’articolato procedimento che porta alla distribuzione dei miliardi di euro.

Per adesso cantieri non se ne vedono

Le preoccupazioni di Meloni sono più che legittime, ma il fatto che per adesso cantieri non se ne vedano non è significativo. All’inizio si fanno bandi, gare, aggiudicazioni. Poi si inizia a spendere e rendicontare. Secondo alcuni esperti le previsioni di spesa forse erano “sovrastimate”, nei primi anni del Piano, e “sottostimate” negli ultimi.

Come nota oggi il Sole 24 Ore, nella trattativa iniziale con Bruxelles, “Draghi ha ottenuto per i primi due anni obiettivi legati alle riforme (impegnativi politicamente) e obiettivi facili (o secondari) collegati a investimenti, per garantirsi un decollo graduale. Sulle ferrovie Napoli-Bari e Palermo-Catania, per esempio, vanno assegnati tutti gli appalti entro fine anno ma sono opere sui cui progetti si lavora da anni”. Inoltre “gli obiettivi Pnrr sono sempre qualitativi – opere appaltate o no – e non quantitativi.

Chi ha in mente i rendiconti dei fondi strutturali Ue, dove l’unica cosa che conta è quanto hai speso e se hai speso quello che ci si aspettava, è fuori strada”.

Il 2022 è stato l’anno delle gare. Il vero banco di prova del Pnrr sarà nel 2023 e 2024. A oggi ci sono stati, causa extracosti delle materie prime e dell’energia, vari rinvii di gare.

Serve uno sprint per recuperare, ma quasi tutte le gare sono appalti integrati, dunque progettazione esecutiva e lavori sono affidati con lo stesso contratto.

E soprattutto l’aggiudicazione dell’appalto non garantisce subito l’apertura del cantiere, che può richiedere mesi e mesi. In Italia latitano progetti ben fatti e autorizzati. Nessuno ha appaltato opere in un anno, è un dato di fatto, ma non così significativo come può apparire. Il Pnrr resta una sfida epocale.