Migranti, parla Tommaso Foti: “È l’ultima debacle dell’Europa”

di Daniele Di Mario

L’ ha perso «troppe occasioni» negli ultimi anni: difesa comune, politica energetica, politica estera. E la questione migranti che oggi contrappone Italia e Francia è solo l’ultimo esempio dei problemi di Bruxelles.

, recentemente eletto capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, non manca di far notare in questa intervista con le contraddizioni dell’Unione europea, a partire dal diritto di veto, istituto ormai ritenuto obsoleto.

Onorevole Foti, tra le prima emergenze che il presidente del Consiglio Giorgia Meloi ha dovuto affrontare c’è la questione migranti. È un caso che dopo pochi giorni dall’insediamento del nuovo governo quattro navi piene di stranieri si siano affacciate in acque territoriali italiane chiedendo di sbarcarli?
«Non so se sia un caso, una coincidenza. Di certo è un fatto. E il premier Meloni ha dimostrato come anche su questo tema intenda dare subito una linea chiara.

Mi stupisce che molti esponenti politici simpatizzino per Macron anziché per il governo del loro Paese. Servirebbe uno spirito bipartisan per sostenere la tutela dell’interesse nazionale, ma qualcuno preferisce giocare con la maglia dell’avversario, benché leader di un Paese nostro alleato come la Francia.

Noi siamo i cattivi perché non facciamo attraccare le navi piene di immigrati e la Francia invece gonfia il petto perché nel 2022 ha accolto 38 stranieri. Ma dico, siamo su Scherzi a parte?

Se sbarcano in Italia tutto a posto, se invece arrivano a Mentone vengono presi a bastonate dalla polizia francese e i nostri agenti devono soccorrerli e accoglierli. Come funziona questa storia?

L’Italia quest’anno ha già accolto novantamila persone, come una città di provincia. Abbiamo ricevuto per questo pochi contributi dall’Ue, il saldo mi sembra sempre piuttosto negativo».

Come se ne esce?
«Con il blocco navale per scoraggiare gli scafisti in via preventiva, un maggiore coordinamento con Malta e Cipro, magari riducendo lo spazio di competenza di Malta.

E poi realizzando in Libia degli hot spot, nonostante le difficoltà dovute dall’instabilità politica creata dall’intervento francese e dalla caduta di Gheddafi».

L’ultimo caso-migranti e le tensioni tra Macron e Meloni rappresentano l’ennesimo fallimento dell’Europa.
«Bisogna distinguere tra migranti economici e profughi. I primi vanno accolti e nessuno lo mette in discussione. Sui secondi bisogna rivedere tutto, perché l’Italia non può diventare l’hot spot dell’Ue. Bruxelles in questi anni ha perso troppe occasioni: sicurezza comune, politica energetica, politica estera. Gli Stati membri si muovono in ordine sparso. Se l’Italia si irrigidisce sui migranti nascono polemiche che durano settimane, se Germania e Olanda sono contrarie al tetto al prezzo del gas perseguono legittimamente la loro politica energetica e tutelano le proprie esigenze. Loro possono tutelare l’interesse nazionale e noi no? O siamo tutti legittimati a farlo o abbiamo torto tutti. In c’è chi può dire sempre di no. Anche il diritto di veto, con un’Unione di 27 Paesi, non ha più senso perché porta solo a soluzioni di compromesso».

Capitolo economia. Le sigle sindacali degli imprenditori sono soddisfatte dell’incontro con il premier Meloni, ma il presidente di Confindustria Bonomi avanza alcune critiche sul taglio al cuneo fiscale ritenuto insufficiente.
«Non sono critiche drammatiche. È più il tentativo di rimarcare una posizione a futura memoria. Il taglio del 5% del cuneo fiscale è un obiettivo inserito nel programma di governo, sarebbe stato gradito a tutti, ma realizzarlo oggi è impossibile con tutte le risorse da destinare ad abbattere il caro-bollette per famiglie e imprese. Le sigle sindacali hanno apprezzato il metodo di lavoro proposto dal presidente del Consiglio».

È auspicabile almeno il taglio delle tasse del 2%?
«Il prossimo anno gli interessi sul debito pubblico aumenteranno di 22-23 miliardi di euro e rischiamo che si impennino ancora di più. È questo il problema di fondo. La svolta fiscale arriverà in cinque anni, questo è un governo di legislatura. La situazione che dobbiamo affrontare oggi è drammatica».

È la famosa «operazione verità» sulla situazione ereditata dal governo di cui parlava Meloni nelle repliche in Senato durante il voto di fiducia?
«Non diamo la colpa a nessuno se diciamo ai cittadini come stanno realmente le cose».

E come stanno?
«Dal 2018 a oggi, tanto per fare un esempio, il debito pubblico è aumentato di 400 miliardi. E questo ci dà poche possibilità di manovra. L’unica soluzione è spingere il Pil verso l’alto e non finire nella stagnazione europea che potrebbe manifestarsi nel primo semestre del prossimo anno. Non possiamo permetterci azzardi, ci vuole poco per scassare i conti pubblici. Non c’è un solo indice che dica che il 2023 sarà un anno facile, nonostante l’Italia sia posizionata meglio del previsto. Nella legge di Bilancio daremo dei segnali chiari, ma non possiamo far finta di nulla. Tutte le risorse andranno per contenere il caro-bollette, il resto dovremo farlo con compensazioni».

Di qui la revisione del Superbonus?
«Ha creato un buco devastante: 38 miliardi. Naturale apportare correzioni. Anche sul reddito di cittadinanza dovremo intervenire, ma nell’immediato non in maniera drastica. Certo ci sarà un’inversione di tendenza. Era stato dato per scontato che questo governo appena arrivato avrebbe risolto i problemi e, dato il grande consenso ottenuto alle elezioni, è normale che le aspettative siano elevate. Ma la realtà dei fatti è la realtà dei fatti, in ogni caso nei prossimi cinque anni faremo tutto».

Anche la riforma presidenziale, naturalmente. Ci sarà la bicamerale?
«La stagione delle riforme si deve aprire necessariamente e la bicamerale può essere utile se l’obiettivo comune è dare una nuova struttura di governo a questa Nazione».

Matteo Renzi si è detto disponibile al dialogo.
«Il presidente del Consiglio si è detta aperta a diverse soluzioni: presidenzialismo, semipresidenzialismo, sindaco d’Italia. FdI è disposta a discutere su qualsiasi ipotesi. Mi auguro non solo con Renzi, ma anche con le altre opposizioni. Il Pd, ad esempio, dopo il congresso non potrà eludere i temi istituzionali. Dopo la riforma dovremo parlare di legge elettorale: quelli che hanno fatto campagna elettorale criticando quella attuale era gli stessi che l’hanno votata. Con taglio dei parlamentari è necessario rivedere legge elettorale e forma di governo».

A proposito di opposizioni, con partiti così divisi questo governo avrà vita tranquilla almeno fino alle elezioni europee?
«Questa maggioranza naviga tranquilla a prescindere. Certo è in corso un’Opa di Giuseppe Conte sul Pd e un’altra Opa del Terzo polo sui voti moderati dei Dem. Poi dovremo capire che atteggiamento terranno le opposizioni. Sul decreto Aiuti ter hanno presentato 70 emendamenti su un provvedimento fatto quando erano al governo e in maggioranza. Non ha molto senso… un’opposizione del genere è sterile».

Su quali temi allora potrete dialogare? E con chi?
«Noi siamo pronti a confrontarci su tutto e con tutti, ma non snatureremo nulla. Il modo migliore per dimostrarsi maggioranza è non annacquare i punti del programma su cui i cittadini ci hanno votato. Come è successo su rave party, immigrazione, ergastolo ostativo. Il governo di destra-centro sta facendo il governo di destra-centro».

Si farà la commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid?
«Sì, ma nel 2023. Per istituirla serve una legge e il Parlamento fino alla fine dell’anno sarà impegnato sulla conversione del Dl Aiuti quater e sulla legge di Bilancio».

Venerdì a Bologna i collettivi hanno appeso a testa in giù un manichino raffigurante Giorgia Meloni. È l’ultimo episodio di un clima di crescente tensione. Ha ragione Fabio Rampelli quando chiede alla sinistra di fermarsi perché gli Anni di piombo sono cominciati così?
«Spesso gli incendi nascono da fuocherelli che non vengono spenti in tempo e di cui dopo si perde il controllo… Sono assurdi certi rigurgiti che dimostrano peraltro legami non interrotti con attività criminali. La risposta a tutto ciò deve essere politica, oltre che di pubblica sicurezza, senza sottovalutare e trascurare alcuni segnali che fanno ipotizzare che alcuni fenomeni possano saldarsi con situazioni di disagio sociale».