Dl Energia, il primo passo per liberare l’Italia dal caro bollette

“L’energia ci rende liberi ed è la verità assoluta.” (Carlos Castañeda)

di Matteo Gianola

Non credo sia un mistero per tutti che uno dei punti deboli del sistema economico italiano siano i costi energetici: in Italia l’energia costa troppo e questa affermazione parrebbe lapalissiana per tutti, supportata anche dai numeri.

In valore assoluto il costo medio di un kWh è pari a 0,33 euro, più elevato del 14,6% rispetto alla media dei Paesi membri dell’UE. Peggio di noi ci sono la Germania con 0,38 euro, il Belgio con 0,36 euro e la Danimarca con 0,35 euro ma in economia i valori assoluti contano molto a livello di confronto di mercato e poco relativamente all’impatto reale sul sistema. In quest’ultimo caso occorre normalizzare i valori rispetto al potere d’acquisto per avere una fotografia il più verosimile possibile.

In questa nuova classifica si nota ancora di più quanto il fattore energia pesi sulle tasche di famiglie e imprese: il differenziale tra il costo sostenuto e la media UE sale al 19,8% e, addirittura, con un costo superiore di quasi il 151% a PPA rispetto a Malta, che risulta lo Stato con il minor costo energetico in tutta l’Unione. 

Un attimo: l’Italia, pur importando grosse quantità di fonti fossili ed energia elettrica, ha diverse fonti autoctone, dall’idroelettrico su Alpi e Appennini alle centrali eoliche e fotovoltaiche, mentre Malta dipende per tutto il suo sostentamento dall’energia elettrica importata dall’interconnettore con l’Italia e dal gas naturale importato. Da cosa è dovuto questo differenziale enorme, esistente sia in valore assoluto sia a livello di PPA tra i due Stati?

La risposta è forse facile da immaginare e risiede nel fisco in senso lato, cioè imposte e oneri di sistema parafiscali, a cui va aggiunta una certa inefficienza della rete di dispacciamento che va ad appesantire per più del 50% il costo finale della bolletta.

Questo è lo scenario in cui nasce il recente DL Energia, approvato dal Governo lo scorso 18 febbraio. 

Sì, è vero, i vantaggi per le famiglie non saranno elevatissimi: per i 2,7 milioni di nuclei vulnerabili con ISEE sotto i 9.796 euro (o 20.000 con almeno quattro figli) è previsto un contributo aggiuntivo di 115 euro all’anno sulla bolletta elettrica, che si somma al bonus sociale esistente di  200 euro, portando il beneficio complessivo a 315 euro annui.

Pari a  la metà del costo medio annuale della bolletta; per le 4,5 milioni di famiglie con ISEE sotto i 25.000 euro e non titolari di bonus sociali è, invece, previsto un contributo fino a 60 euro, riconosciuto su base volontaria dalle imprese venditrici di energia elettrica a copertura dei costi di acquisto del primo bimestre utile dell’anno, con un’attestazione che può essere utilizzata anche a fini commerciali. 

Saranno, però, le imprese, non solo quelle energivore, a vedere i vantaggi più importanti con il taglio strutturale della componente ASOS (oneri generali per il sostegno alle energie rinnovabili e cogenerazione), che incide per il 10-20% sulle bollette elettriche non domestiche. Questo si traduce in sconti di 3,4 €/MWh nel 2026, 4 €/MWh nel 2027 e 0,54 €/MWh nel 2028, beneficiando oltre 4 milioni di aziende (escluse illuminazione pubblica e alcune categorie).

Le risorse necessarie a questi interventi proverranno da un aumento del 2% dell’IRAP (da 3,9% a 5,9%) per produttori, distributori e fornitori di energia e gas, generando circa 1 miliardo di euro in tre anni (431,5 milioni nel 2026, 501,1 nel 2027, 68,4 nel 2028), mentre un ulteriore contributo di 850 milioni (6,8 €/MWh) arriverà dalla riduzione delle tempistiche di giacenza degli oneri presso i distributori.

In pratica queste azioni potrebbero alleggerire gli oneri del 5-10% per le PMI, migliorandone la competitività, anche se con effetti previsti come decrescenti dopo il 2027: è una scommessa sulla crescita.

Nel breve termine l’effetto netto è ipotizzato in una riduzione degli oneri di sistema in un intervallo di 1,5-2 miliardi annui, con un alleggerimento medio del 3-7% sulle bollette imprese e del 10-20% per famiglie vulnerabili, senza gravare sul bilancio statale (finanziato da IRAP e ottimizzazioni). Tuttavia l’aumento IRAP potrebbe essere parzialmente trasferito ai consumatori finali (aumento prezzi energia 0,5-1%), limitando il beneficio netto a un -2-5% sugli oneri complessivi.

L’impatto è, quindi, moderatamente espansivo, certamente non rivoluzionario, ma la cosa più interessante, che rende il decreto ben più importante rispetto agli effetti economici immediatamente riscontrabili, è il suo carattere strutturale e di lungo respiro: il DL Energia non si limita a interventi tampone, ma introduce meccanismi per razionalizzare gli incentivi storici alle rinnovabili e alleggerire progressivamente gli oneri di sistema (ASOS e ARIM) che da anni pesano sulle bollette italiane. 

Tra le novità più significative spiccano la possibilità per i titolari di vecchi impianti fotovoltaici in Conto Energia di optare volontariamente per una riduzione temporanea dell’incentivo (15% o 30% nel 2026-2027) in cambio di un’estensione della durata, generando un taglio diretto degli oneri, e la promozione di repowering con uscita anticipata dagli schemi legacy, cioè ereditati dai primi anni 2000 quando le tariffe di acquisto dell’energia erano estremamente generose per stimolare l’impianto dei sistemi fotovoltaici e che oggi pesano enormemente sugli oneri di sistema.

Parallelamente il decreto agisce sul mercato per calmierare i prezzi all’ingrosso e contrastare speculazioni: rafforza il REMIT, elimina lo spread TTF-PSV sul gas (fino a 2 €/MWh), incentiva i Power Purchase Agreement (PPA) per le PMI con aggregazione della domanda e garanzia GSE, favorisce la contrattualizzazione di impianti FER a fine incentivazione a prezzi calmierati tramite la bacheca di Acquirente Unico, disaccoppiando così l’elettricità dal gas. 

Completano il quadro contributi diretti in bolletta, rimborsi su costi gas per termoelettrici, semplificazioni su reti saturate e data center, puntando a una maggiore competitività, decarbonizzazione e stabilità di mercato nel medio-lungo termine.

In sostanza il decreto pone le basi per una transizione da un sistema energivoro e parafiscale verso uno più market-based e sostenibile, con effetti potenzialmente cumulativi ben superiori ai risparmi immediati stimati in oltre 5 miliardi di euro.

Qualcuno potrebbe obiettare che potrebbe sembrare che si faccia poco per le famiglie rispetto alle imprese. 

Questa è una delle accuse più ricorrenti verso ogni azione pro-mercato, dimenticando che il vero problema dell’Italia oggi risiede nella produttività e nella scarsa competitività della maggior parte delle sue imprese, che si tramuta poi in salari più bassi, minor domanda interna, minore crescita, minori investimenti: in pratica il circolo vizioso della stagnazione che si è visto da trent’anni a questa parte.

Rompere quel circolo significa proprio ripartire dalla competitività delle imprese, che genera occupazione di qualità, salari più alti e una domanda interna più robusta, senza dimenticare il sostegno mirato ai più fragili.

Forse è proprio da qui, dai primi passi di quella che sarà una lunga marcia per arrivare ad avere un’energia più accessibile e competitiva, che l’Italia può iniziare a sentirsi un po’ più libera.

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