Europa, le trattative per la nuova Commissione: Meloni traccia la rotta e l’Ecr si allarga ancora

È tutto ancora in bilico, lì a Bruxelles. Due visioni dell’Europa e del mondo che si scontrano fra loro, diametralmente opposte.

Due coalizioni divise anche dal modo di fare politica e di rivendicare i risultati di un’elezione: da un parte, chi ne è uscito con le ossa rotte ma prova comunque a restare al potere; dall’altra, la destra che ha vinto le elezioni e vorrebbe, come democrazia richiede, sostituirsi alla sinistra, dando ascolto alla volontà che i cittadini di tutto il continente hanno espresso chiaramente dietro le urne: l’Europa deve virare a destra, servono quelle politiche a difesa delle imprese e della nostra economia, bisogna superare le derive ideologiche a cui la Commissione uscente si è inginocchiata con piacere.

Un po’ come è successo diverse volte in Italia: la destra vince le elezioni ma la sinistra, in un modo o nell’altro, riesce ad arrivare al governo.

Anche i popolari chiedono più destra

Sta accadendo questo anche in Europa: gli scrutini nei 27 Stati membri hanno decretato la tendenziale svolta del continente verso destra, con il considerevole aumento dei consensi per i popolari del Ppe, per i conservatori dell’Ecr e per i sovranisti di Id.

Ma c’è chi, pur uscito sconfitto da questa tornata elettorale, non rinuncia al posto occupato fino ad oggi. A quanto pare, la brama del potere, di contare qualcosa, di sedersi ai tavoli dei potenti, non si è affievolita a sinistra.

E così, nelle lunghe trattative tra i 27 capi di Stato e di governo che compongono il Consiglio europeo, il nome del nuovo Commissario (che dovrà poi ottenere la fiducia del Parlamento) non è stato ancora ufficializzato.

Molti propendono per un Ursula bis, un secondo mandato per la leader tedesca che fino ad oggi è stata appoggiata dai popolari, dai socialisti e dai liberali di Renew Europe.

Tuttavia, ora i popolari, forti del fatto di comporre l’unica forza politica della “maggioranza Ursula” a essere cresciuta nei consensi e consapevoli della loro “duttilità” nel riuscire a governare sia con la destra che con la sinistra, fanno il gioco duro e non vogliono cedere alla sinistra, che ha perso le elezioni.

Molti tra i popolari (sia chiaro, non tutti, perché anche il Ppe è diviso in correnti ed è a trazione tedesca) guardano di buon occhio una coalizione composta con la destra di Giorgia Meloni. Ma i socialisti insistono, volendo addirittura inserire nell’accordo i Verdi, anche loro reduci della sconfitta elettorale.

Macron e Scholz ci provano, Meloni risponde

A insistere su una riconferma della prima maggioranza Ursula, troviamo in prima linea i leader che hanno subito più di tutti una mazzata paurosa alle elezioni: Emmanuel Macron e Olaf Scholz.

Secondo le rivelazioni di Politico e riportate ieri da Libero, molti dei leader europei seduti al tavolo delle trattative sono rimasti interdetti dalla volontà del presidente francese e del cancelliere tedesco di voler portare avanti fermamente la loro posizione nonostante la sconfitta alle elezioni.

Per di più, nel tentativo di oscurare la figura di Giorgia Meloni, al contrario vincitrice di questa tornata elettorale in Italia e fresca di presidenza di uno dei G7 più complessi e più partecipati della storia.

Una figura di spicco per l’Europa e per l’Occidente che vogliono mettere in secondo piano. Tuttavia, fonti ufficiose parlano di una Meloni “molto ferma, molto dura, nel criticare quelle negoziazioni tra le tre famiglie politiche” in Consiglio, riuscendo a tenere “la reazione più forte” tra tutte.

Meloni pare aver criticato anche le posizioni di altri capi di Stato e di governo appartenenti al mondo della sinistra, “per averla – come raccontato da Libero – fatta attendere insieme ad altri mentre preparavano un accordo che poi hanno presentato come un fatto compiuto”.

Tutto, insomma, pur di indebolire la destra. Tutto pur di non dare ascolto al chiarissimo messaggio inviato dal corpo elettorale tramite il voto. Ma Meloni può contare sull’appoggio di molti altri leader, anche di famiglie politiche diverse.

Come Antonio Tajani, che ieri ha denunciato “il tentativo di imporre la legge del perdente” al Consiglio, e Manfred Weber, il popolare tedesco che ha invece sottolineato che “i liberali, i socialisti e i Verdi sono i grandi perdenti di queste elezioni”.

E intanto l’Ecr cresce: si aggiungono altri membri e arriva a 83 europarlamentari, superando i macroniani di Renew Europe e diventando il terzo gruppo più numeroso del Parlamento europeo. L’Europa, insomma, va sempre più a destra.