Europee 2024, l’Eurosfida di Giorgia Meloni: “Vinciamo la Champions”

di Edoardo Romagnoli

«Abbiamo vinto il campionato, adesso vinciamo la Champions». Giorgia Meloni in veste da allenatore arringa la squadra riunita a piazza del Popolo, la stessa che Fratelli d’Italia scelse per chiudere la campagna delle politiche del 2022.

Il popolo di Giorgia ha risposto presente anche se sui numeri forniti dal partito, 30mila, e quelli della Questura, 20mila, ballano 10mila persone. Rino Gaetano risuona dagli altoparlanti, intervallato dallo spot elettorale «Io voto Giorgia» e l’ormai celebre scenetta con Vincenzo De Luca («Sono quella stronza della Meloni»).

Nei gazebi allestiti intorno alla piazza progettata da Valadier si distribuiscono tricolori, bandiere di FdI, le magliette «cambiamo l’Europa» e i cappellini «orgoglio italiano».

Oggi è il giorno di Giorgia e non a caso i rappresentanti di governo non salgono sul palco e rimangono in mezzo alla folla,

Nordio con tanto di cappellino. Quello dell’8 e 9 giugno sarà un referendum tra due idee differenti di Europa «quella ideologica» della sinistra e quella «nostra concreta e fiera».

Meloni chiama i suoi a raccolta per questi ultimi giorni di campagna elettorale e fissa l’asticella al 26% (percentuale con cui venne eletta a presidente del Consiglio) sapendo che il vero obiettivo è riuscire ad avvicinarsi il più possibile al 30%; ipotesi non così remota visto che alle Europee, storicamente, il voto si polarizza favorendo il partito di governo e il suo diretto avversario.

«Alziamo la posta, siamo a un punto di svolta, ora facciamo la storia» grida Meloni dal palco. Un discorso durato più di un’ora in cui i toni si alternano, leggero e alto, ironico e arrabbiato, la postura da premier e i balletti sui cori della folla che scandisce «Giorgia, Giorgia».

C’è anche il tempo per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, uno su tutti? De Luca. «Una donna insultata deve reagire o sottomettersi? O vale solo perché io sono una donna di destra e lui un uomo di sinistra?».

Poi si rivolge direttamente a Elly Schlein chiedendole conto delle parole del candidato del Pse Schmidt che ha definito i Conservatori europei come una forza non democratica.

«Elly sei d’accordo o no? Non scappare almeno stavolta. Se sono un dittatore, cosa si fa, la lotta armata per depormi?». Schlein leader di quel Pd che riconosce «la democrazia solo se comandano loro».

Quegli stessi democratici che parlano di TeleMeloni «perché è finita TelePd», che «massacra» il primo ministro Edi Rama per il Patto Italia Albania. Che rincorre i leader di mezza Europa in cerca di qualcuno che possa prenderne le distanze, salvo poi arrendersi dopo che «15 nazioni Ue su 27 hanno chiesto di replicare il modello italiano».

Il messaggio è semplice: «Loro smontano, noi costruiamo». Dopo il Pd è la volta dei 5 Stelle che «hanno tradito tutte le promesse fatte» e sono passati da «quelli che volevano trasformare il Parlamento in un palazzo di vetro a partito consociativo della Prima Repubblica».

E quando «le nebbie della propaganda si diradano e resta solo la verità, alla sinistra non rimane che rispolverare la carta del mostro». L’atmosfera si riscalda più di quanto già non abbia fatto il sole del sabato romano e una signora nelle prime file non regge, si sente male e viene portata via dagli operatori del 118.

È l’unico momento in cui Meloni si interrompe, esclusa un’altra pausa per un breve sorso d’acqua. Il premier tiene alta la tensione dei suoi, chiede di impegnarsi, di non mollare: «Io ho rinunciato a tutto quello a cui potevo rinunciare solo perché non volevo deludervi, vi chiedo in cambio solo 5-10 minuti del vostro tempo per dirmi che siete al mio fianco».

Perché queste Europee, la sua candidatura come capolista in tutte le circoscrizioni è sì un modo per guidare il partito in queste elezioni ma è anche un test di medio termine per capire se il Paese è ancora con lei o no.