Giorgia combattiva e più che mai in forma anche per il 2026

di Roberto Penna

La premier Giorgia Meloni ha incontrato i giornalisti secondo una tradizione che è in parte cambiata, come ha sottolineato la stessa numero uno di Palazzo Chigi.

Ormai, si tratta di una conferenza stampa più di inizio che di fine anno. Il Presidente del Consiglio ha affrontato praticamente tutto in un dialogo con la stampa che è durato quasi tre ore, dalla politica interna alle questioni più spinose che agitano il mondo, da quanto è stato fatto finora dal Governo alle sfide che ancora lo attendono da qui alla fine della legislatura.

La premier Meloni ha voluto iniziare la conferenza con un occhio di riguardo per i suoi interlocutori del momento, cioè, i giornalisti e tutti gli operatori del mondo della informazione.

Ha ricordato l’impegno del Governo per i giornalisti inviati in zone di guerra, i quali, correndo evidenti rischi, consentono a tutti noi di arrivare laddove i nostri occhi non possono arrivare.

La libertà di stampa è il presupposto fondamentale dello stato di salute di qualsiasi democrazia e va difesa. Bisogna ricordare, per la premier, i giornalisti morti in servizio, nelle zone di guerra e in tutti i territori oltraggiati dalla criminalità. Occorre rendere omaggio alla loro memoria e con i fatti come la proposta di legge, in discussione in Parlamento, che istituisce una giornata in memoria dei giornalisti uccisi.

Nel dl Ucraina è stata inserita la norma che prevede che i giornalisti impiegati in forma autonoma in aree di guerra o ad alto rischio, debbano essere informati sul tema della sicurezza ed avere una adeguata copertura assicurativa. Il Presidente del Consiglio non ha potuto non esprimere la propria solidarietà al quotidiano La Stampa, vittima di un’irruzione intimidatoria operata dai gruppi Pro-Pal.

Giorgia Meloni, entrando nei temi caldi del momento, ha attribuito alla presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodriguez una volontà pacificatoria, concretizzatasi con la liberazione di nostri connazionali dalle carceri venezuelane, e ha ribadito lo sforzo instancabile del Governo per la scarcerazione di Alberto Trentini.

La premier esclude che vi possa essere davvero un’invasione armata della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, ma sottolinea al tempo stesso che, se essa dovesse realizzarsi sul serio, non incontrerebbe la condivisione del Governo italiano e porrebbe, come è facile immaginare, importanti interrogativi all’interno della NATO.

In ogni caso, Giorgia Meloni crede di più al fatto che i toni assertivi di Donald Trump siano perlopiù pensati per porre il problema, in America e in Europa, della sicurezza nel Mare Artico, un’area dove agiscono molti attori geopolitici del mondo e dove la Russia interferisce con gli interessi degli USA.

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha smentito l’ipotesi di conquista militare ed è maggiormente plausibile che si giunga ad un accordo di cooperazione strategica fra gli Stati Uniti e la Groenlandia, utile a fare sì che Washington possa godere di margini di azione più ampi nell’area.

Meriterebbe un articolo a parte la caricatura del Trump “putinista”, al servizio degli interessi del Cremlino, disegnata a lungo dalla stampa liberal e di sinistra, non fosse altro che finora il tycoon ha agito solo in contrasto a quegli equilibri cari a Vladimir Putin, dal Mare Artico a Nicolas Maduro, una pedina russa, e cinese, in America Latina.

Giorgia Meloni, conversando con i giornalisti, ha rilanciato il ruolo dell’Europa come seconda gamba della NATO, che deve farsi carico, insieme agli Stati Uniti, della sicurezza globale, incluse le sfide che coinvolgono il Mare Artico.

La premier respinge le ricostruzioni giornalistiche che parlano di un veto filo-putiniano di Matteo Salvini che graverebbe sulle decisioni del Governo. Per smentire ciò, basterebbe citare tutte le occasioni in Parlamento nelle quali la Lega ha votato compatta a favore, insieme al resto della maggioranza, di tutti i decreti riguardanti gli aiuti all’Ucraina, e nel contempo, altre circostanze dove il cosiddetto campo largo di centrosinistra ha espresso due o tre posizioni diverse in politica estera, in merito all’Ucraina e ad altre questioni.

Se l’Italia fosse governata ora da PD, M5S e AVS, sarebbe uno zimbello globale privo di una linea nel mondo. Ma il Presidente del Consiglio fa presente che il Governo non sia concentrato su discussioni fra filo-americani, filo-russi e chissà cos’altro, basando invece la propria attività quotidiana su una politica filo-italiana, rispondente soltanto all’interesse nazionale.

Certo, il Governo Meloni non è una caserma e ci si confronta con sfumature diverse perché nessuno è burattino di nessuno, e la nostra stessa Nazione non è manovrabile con i fili, nemmeno con quelli dell’amico Donald Trump dinanzi al quale Palazzo Chigi, quando è necessario, manifesta il proprio disaccordo senza remore.

Giorgia Meloni non vede necessario l’invio di truppe in Ucraina perché sul tavolo c’è già una precisa garanzia di sicurezza, ormai citata in maniera costante in tutti i piani di pace discussi fino a questo momento, che è il ricorso all’articolo 5 della NATO per la difesa di Kiev, quello della mutua e automatica difesa militare fra i membri dell’Alleanza Atlantica.

La premier Meloni ritiene che sia arrivato il momento per l’Unione Europea di parlare con la Russia, senza dimenticare però da dove si arriva: la solidarietà doverosa per l’Ucraina aggredita e il raggiungimento della consapevolezza di una deterrenza militare europea quale migliore strumento per il mantenimento della pace.

Il Governo giudica legittima l’operazione militare americana che ha comportato l’arresto di Nicolas Maduro e che apre una pagina nuova per il Venezuela dove la situazione, in termini di diritti politici e prospettive economiche, può iniziare a migliorare già da ora e andrà verso una svolta con delle elezioni finalmente libere, che saranno tenute appena possibile.

La premier punta il dito contro una sinistra, in particolare italiana, che si ritrova sempre e in modo irreparabile dalla parte sbagliata della Storia. Una sinistra che in questi giorni ha attaccato Trump per il blitz in Venezuela e non ha trovato parole per condannare un dittatore e un torturatore come Maduro.

Gli estremisti italiani di sinistra vogliono spiegare Maduro ai venezuelani che l’hanno patito direttamente per anni, e la migliore risposta ai deliri rossi è arrivata dai milioni di venezuelani esuli che, attraverso manifestazioni di piazza in molte città occidentali o video consegnati al web, hanno festeggiato con le lacrime agli occhi, lacrime di felicità e di liberazione beninteso, l’arresto di Nicolas Maduro.

A Giorgia Meloni non interessa il giudizio di una sinistra anti-storica. Una sinistra che, secondo la premier, si è mossa con ambiguità e sottovalutazione attorno alla figura di Mohammad Hannoun, il presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia arrestato con l’accusa di finanziamenti illeciti a favore di Hamas.

La numero uno di Palazzo Chigi, parlando di ambiguità e sottovalutazione, è stata ancora tutto sommato rispettosa e moderata perché si potrebbe pure denunciare una sorta di complicità con il terrorismo islamico, senza escludere nemmeno il massacro di Hamas del 7 ottobre del 2023. A sinistra, nessuno conosce più adesso Mohammad Hannoun, ma poco tempo fa si gareggiava per avere la presenza di quest’uomo a conferenze e comizi, anche accanto a noti parlamentari.

I risultati sulla sicurezza interna non sono sufficienti per Giorgia Meloni, che annuncia e pretende un cambio di passo ulteriore per il 2026. Gli anni di lassismo non sono facili da cancellare, ma il Governo ha lavorato molto in questi tre anni sul fronte della sicurezza, dai 30mila nuovi assunti presso le Forze dell’Ordine allo sblocco di investimenti fermi da tempo e sino al decreto Sicurezza, tanto contestato dalla sinistra.

E poi, ancora, la lotta alla mafia con 120 latitanti catturati, il recupero di Caivano e il contrasto a maranza e baby gang. Tuttavia, ha sottolineato il Presidente del Consiglio, se si vuole che i risultati superino di gran lunga la sufficienza, occorre sostenere la continua collaborazione fra Governo, Forze dell’Ordine e magistratura, altrimenti determinati sforzi si rivelano vani.

Se la politica e le forze di polizia fanno quanto compete loro, ma alcuni magistrati remano in maniera contraria, non è possibile pretendere miracoli. La premier ha citato diverse vicende, fra le quali quella dell’Imam di Torino, di persone nel mirino della Giustizia perché pericolose, arrestate, quindi, in un dato momento e poi tornate in libertà per l’interpretazione di qualche Giudice.

Il Governo non delegittima la magistratura, ma è una parte di essa, l’Associazione Nazionale Magistrati, che ricorre ad una specie di auto-delegittimazione con la campagna pubblicitaria per il no da esprimere nel referendum prossimo venturo sulla riforma della Giustizia.

Si tratta in realtà di uno spot per il sì alla riforma perché essa rende palese l’attivismo di certe toghe che è puramente politico, ideologico e non analizza il merito della riforma. Giorgia Meloni confidava in un confronto più tecnico che politico, ma l’ANM ha deciso di procedere come un PD qualsiasi e questo sarà tenuto in considerazione dall’elettorato quando sarà chiamato ad esprimersi al referendum.

Infine, la premier Meloni non ha potuto fare finta di nulla di fronte a chi si ostina a denunciare aumenti di tasse.

Le banche sono le uniche titolate a lamentarsi per delle tasse in più, ma per il resto, nessuno può parlare di un innalzamento della pressione fiscale deciso dal Governo Meloni, che, al contrario, ha destinato miliardi per la riduzione delle tasse.

La premier riconosce che avrebbe senz’altro voluto fare di più e meglio in tale ambito, ma si è dovuta confrontare con le risorse disponibili. Tuttavia, inventarsi aumenti fiscali e non riconoscere il lavoro che il Governo ha fin qui svolto per ridimensionare il peso del fisco in Italia, corrisponde a disonestà intellettuale, della quale il Presidente del Consiglio si dispiace davvero.

Alla conferenza stampa, di fine o inizio anno che dir si voglia, abbiamo visto una Giorgia Meloni più combattiva che mai e pronta ad affrontare con decisione anche questo 2026 appena iniziato. Si dice che il potere logori, ma la buonanima di Giulio Andreotti credeva nell’esatto contrario: il potere logora chi non ce l’ha. Per Giorgia Meloni vale la considerazione del divo Giulio. 

Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web ritieni più interessanti e utili.