Governo Meloni: le riforme continuano, nonostante ostracismo delle sinistre

di Lena Riel Rabazzo

Va avanti a passi spediti il lavoro del Governo per riformare questa nazione, nonostante l’opposizione feroce di chi, pur dicendo ogni giorno che in Italia molte cose non vanno bene, ci propone come unico programma quello di lasciare tutto com’è.

Ma noi abbiamo preso degli impegni con gli italiani, che ci chiedevano un cambiamento reale, e intendiamo rispettarli. Non a caso in meno di 20 mesi abbiamo già avviato diverse importanti di riforme.

Quella del fisco, che era attesa da cinquant’anni, quella della giustizia, della quale si parla da circa trent’anni. Abbiamo fatto la riforma del codice degli appalti, e soprattutto la riforma del premierato, che ha completato la sua prima lettura al Senato, e che – se gli italiani lo vorranno – permetterà finalmente ai cittadini di scegliere direttamente il capo del governo, mettendo fine a settant’anni di instabilità, governi balneari, governi tecnici, governi arcobaleno, promesse tradite e trasformismo.

Contro tutte queste riforme la sinistra gialla e rossa è scatenatissima. Ci accusano di ogni possibile nefandezza. Sulla riforma del fisco hanno detto che eravamo amici degli evasori, e abbiamo portato a casa il record di recupero di proventi dalla lotta all’evasione fiscale.

Smentiti. Sulla riforma della giustizia ci dicono di voler mettere la magistratura sotto il controllo della politica, ma la riforma non consente più al parlamento di eleggere i membri del csm. Smentiti. Sul premierato di accusano di deriva autoritaria, poi si scopre che lo proponeva anche il PDS di Achille Occhetto circa trent’anni fa. In pratica Achille Occhetto era molto più avanti di Elly Schlein. Smentiti.

Ma la cosa più ridicola è l’opposizione scomposta della sinistra a un’altra riforma che è appena stata approvata in via definitiva dal Parlamento, che è la legge quadro sull’autonomia differenziata. Ora, per capire quanto siano sinceri quando muovono questa continua accusa di voler spaccare l’Italia, o quando per protesta sventolano – al contrario – le bandiere tricolori in aula, vale la pena di ricordare alcuni antefatti.

Primo. L’idea di attribuire “maggiore autonomia” alle Regioni che ne facciano richiesta non è, guarda un po’, una invenzione del centrodestra né della sottoscritta. E’ invece, udite udite, un principio inserito nella nostra Costituzione con la riforma del Titolo V, riforma varata nel 2001, approvata a colpi di maggioranza sotto il governo di Giuliano Amato, governo della sinistra, e poi confermata dagli italiani con il referendum.

E tanto per dire quanto ci tenessero, quella riforma è stata l’approdo di un percorso iniziato addirittura nel 97 dal governo Prodi e proseguito per con i governi di Massimo D’Alema.

Quindi, se non sono stati né questo governo né questa maggioranza a modificare la costituzione introducendo il principio dell’autonomia differenziata, perché già c’era in costituzione grazie a loro, cosa abbiamo fatto noi? Abbiamo individuato una cornice di regole entro le quali sarà possibile dargli attuazione.

E perché farlo adesso, visto che in più di vent’anni non è stato fatto? Perché in questi anni diverse Regioni hanno chiesto a gran voce di dare seguito a quanto previsto dalla Costituzione. Direte, sì certo, la Lombardia e il Veneto, che sono governate dal centrodestra, quindi lo fate per loro.

Eh, non proprio. Certo Lombardia e Veneto hanno anche celebrato un apposito referendum tra i propri cittadini, che hanno confermato di volere maggiore autonomia, e hanno firmato già accordi preliminari con il Governo proprio per l’attuazione della disposizione inserita dalla sinistra in Costituzione, ma curiosamente nessuno ricorda che la Regione Emilia Romagna, a guida PD, ha fatto lo stesso.

E sapete quando? Nel febbraio del 2018, Governo Gentiloni, esponente del PD. Ma anche molte altre Regioni hanno adottato atti formali per chiedere maggiore autonomia: la Liguria di centrodestra, la Toscana a guida PD, poi sempre quando erano a guida PD lo hanno fatto anche il Lazio, le Marche, il Piemonte, l’Umbria, e perfino la Campania del Governatore Vincenzo De Luca, che oggi finge di non ricordare e si straccia le vesti contro il nostro provvedimento.

Voi direte: ma magari la Schlein non era d’accordo, per esempio con quello che ha fatto Bonaccini. Difficile da sostenere, visto che lo ha candidato capolista alle elezioni europee.

Ma il Governatore Bonaccini, che nel 2018 la definiva un’opportunità, non è l’unico esponente del PD che ha difeso il principio dell’autonomia. Nel 2019 Francesco Boccia, allora ministro per gli Affari regionali del Conte II, oggi molto vicino a Elly Schlein, sosteneva che “l’autonomia non è né di destra né di sinistra ma è scritta nella Costituzione e per questo va attuata”.

Nel 2023, il presidente della Toscana Eugenio Giani rivendicava invece la paternità esclusiva della riforma dicendo che “l’autonomia differenziata è di sinistra”.

Ci vuole un bel coraggio. L’hanno inserita in costituzione loro, non l’hanno mai normata, ciononostante hanno firmato accordi tra varie regioni e lo stato, quando sia a capo delle regioni sia a capo del governo c’erano loro, e oggi sventolano i tricolori e si stracciano le vesti perchè noi cerchiamo di trasformare questo principio, corretto, in una norma seria, capace cioè di garantire proprio che non si creino disparità tra i territori.

E qui veniamo al merito del provvedimento. Intanto sul metodo, occorre ricordare che la piena attuazione dell’autonomia differenziata è un percorso che si andrà a definire nei prossimi anni.

Se sarà fatta bene o se penalizzerà qualcuno a vantaggio di qualcun altro dipenderà dalle azioni di regioni, governo e parlamento dei prossimi anni, non dalla legge cornice che è stata approvata. Se qualcuno ha delle obiezioni da fare quindi è giusto che le faccia guardando al merito e non a scatola chiusa, facendone una campagna ipocrita che è molto facile smentire con i fatti, come ho appena fatto.

Nel merito, invece, quello che abbiamo fatto noi con la legge quadro è stato stabilire a quali condizioni sia possibile concedere alle regioni maggiore autonomia.

Intanto stabiliamo una precondizione che nessuno fin qui aveva avuto il coraggio, o la volontà, di definire. Parliamo dei livelli essenziali delle prestazioni, cioè dei servizi che dovranno essere garantiti territorio per territorio.

Perché è questo che ha creato in Italia le disparità che conosciamo, il fatto cioè che nessuno si sia mai posto il problema di stabilire per legge, regione per regione, quali sono i livelli qualitativi e quantitativi minimi di prestazioni da garantire per non avere cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Non se ne erano accorti i nostri amici della sinistra, mentre avviavano gli accordi preliminari con le regioni, che senza definire a monte i LEP allora sì si rischiava di creare maggiori disparità? Curioso.

Con la nostra legge non si può avviare alcun iter di autonomia differenziata senza che prima non siano stati stabiliti i LEP. Alle Regioni che chiederanno l’autonomia potranno essere trasferite funzioni per l’erogazione di determinati servizi solo dopo che siano stati definiti i LEP da garantire in tutto il territorio nazionale, siano stati calcolati i costi per sostenere tali livelli in ogni Regione e siano state attribuite le risorse necessarie.

Solo dopo che verrà fissata questa soglia, in grado di assicurare a tutti i cittadini effettività nella fruizione di servizi fondamentali ed essenziali, potrà essere accordata l’autonomia alle Regioni che ne faranno richiesta.

Qualora l’individuazione dei LEP determini ulteriori oneri per la finanza pubblica, la legge è tenuta a finanziarli. Questo garantisce il superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni relative ai diritti e nella fruizione dei relativi servizi pubblici sull’intero territorio.

I livelli essenziali sono stabiliti e finanziati dallo Stato e nessuna Regione, né quelle ordinarie né quelle che accedono alle forme di autonomia, possono violarli o prevedere condizioni peggiorative. E questo è un enorme passo avanti, altro che spaccare l’Italia.

Dopodiché il principio dell’autonomia differenziata prevede che se una Regione dimostra di essere efficiente e di spendere bene i soldi pubblici allora, a determinate condizioni, lo Stato può decidere di affidarle altre competenze.

Cioè non si parla di togliere a una regione per dare a un’altra, ma semmai di togliere allo Stato centrale per dare altre materie da gestire alle regioni virtuose. Badate bene, indipendentemente dal fatto che quelle regioni virtuose si trovino al nord o al sud.

Perché in fondo l’autonomia differenziata è stata prevista soprattutto per responsabilizzare le Regioni, e le sue classi dirigenti, tutte, sulla spesa e sui servizi. Non è vero che l’autonomia va contro una parte dell’Italia e crea differenze.

Le differenze che esistono oggi tra i diversi territori della Nazione non derivano dall’autonomia differenziata, ma dalla differenza tra regioni gestite meglio e regioni gestite peggio. Ma con questa legge i cittadini avranno la possibilità di giudicare meglio chi li governa.

E non mi stupisce che a spaventare di più questo provvedimento siano coloro che sono stati meno brillanti nella gestione del loro territorio, non mi stupisce affatto. Noi vogliamo offrire a tutte le Regioni la possibilità di dimostrare che serietà, competenze e responsabilità sono un’opportunità.

Dopodiché, sempre per unire e non per dividere, la legge prevede anche ulteriori interventi con finalità perequative, cioè di riequilibrio, per rimuovere gli squilibri economici e sociali tra le diverse Regioni.

L’autonomia differenziata, insomma, è provvedimento che unisce l’Italia, la rende più forte e più giusta, su tutto il territorio nazionale. E mi ha colpito positivamente che un napoletano doc e uomo che viene da sinistra, quale è il direttore del Riformista Claudio Velardi, abbia riconosciuto la bontà e l’importanza di quello che stiamo facendo.

Mi ha fatto estremamente piacere sentirlo parlare dell’orgoglio del Sud, rompendo questa narrazione secondo cui il Meridione è spacciato e dovrebbe vivere esclusivamente di sussidi. È la logica del reddito di cittadinanza, una logica – questa sì – che spacca l’Italia, e che si è rivelata del tutto fallimentare.

Noi abbiamo fatto un’altra scommessa per il Mezzogiorno. Metterlo nella condizione di competere ad armi pari per poter dimostrare il suo valore. Lo abbiamo fatto alzando la spesa infrastrutturale obbligatoria per le regioni del sud al 40%, lo abbiamo fatto con i quasi tre miliardi destinati alle assunzioni a costo zero, e alle attività autoimprenditoriali, in queste regioni.

Lo abbiamo fatto con il Ministro Fitto, che dopo aver effettuato una ricognizione sullo stato di attuazione delle politiche di coesione a inizio legislatura ha riformato le modalità di programmazione e assegnazione delle risorse del Fondo sviluppo e coesione, stabilendo per la prima volta che queste risorse finanzino esclusivamente spese per investimenti, con particolare riferimento a quelle infrastrutturali che servono migliorare la qualità dei servizi pubblici.

Il governo ha poi superato le 8 ZES che c’erano e ha istituito in tutto il mezzogiorno la zona economia speciale più grande d’Europa. Nello stesso tempo ha rifinanziato il credito imposta investimenti e questa mattina ha ottenuto il via libera dell’UE per la proroga di sei mesi della misura “Decontribuzione sud” che riduce il costo del lavoro per le imprese che mantengono l’occupazione al sud.

Aggiungo, in rapporto al PNRR, che il bando pubblicato a maggio per 734 milioni di euro è stato assegnato per il 64,7% al Mezzogiorno, a conferma della priorità che diamo allo sviluppo del sud.

E i risultati cominciano ad arrivare, perché gli ultimi dati Svimez dicono che nel 2023 il PIL delle regioni del sud è cresciuto più della media italiana, cioè dell’1,3% quando la media italiana era lo 0,9%, e la stesso svimez certifica anche che proprio nel Mezzogiorno c’è stato un forte incremento della spesa in opere pubbliche. In ultimo, buoni anche i risultati sull’occupazione. Gli occupati nel Mezzogiorno sono aumentati del +2,6% su base annua, anche qui dato superiore alla media nazionale, che invece cresce del +1,8%.

Questo siamo noi, patrioti che sanno quale sia il verso della bandiera tricolore quando la sventolano, e che lavorano perché tutti i cittadini di questa nazione abbiano gli stessi diritti e le stesse opportunità, dimostrando che si sarebbe potuto fare anche prima.

Forse lo sa anche l’opposizione, e forse per questo sono così nervosi, e usano irresponsabili toni da guerra civile. Perché non hanno argomenti nel merito. Pensate che alla Camera dei deputati una parlamentare dei Cinque stelle ha evocato per noi piazzale Loreto. In pratica devo essere massacrata e appesa a testa in giù.

Ma non è tutto. Sempre la sinistra manda in giro liste di proscrizione dei parlamentari del sud che hanno approvato il provvedimento, per incitare all’odio contro di loro.

Ma io penso che le parole e i modi violenti che utilizza la sinistra, non solo sull’autonomia ma su tutte le riforme portate avanti da questo governo, non siano in fondo altro che una difesa disperata dello status quo. Una condizione di privilegio che ha garantito alcuni a scapito della maggioranza degli italiani.

Ma noi abbiamo promesso che avremmo cambiato le cose, e andremo avanti, con il sorriso, senza farci intimorire, sempre e solo nell’interesse dell’Italia.