Il salario giusto del Governo Meloni più alto del salario minimo della sinistra

di Emiliano D’Antoni

Primo maggio che arriva, decreto sul lavoro che trovi. Potremmo dire così, parafrasando un noto modo di dire, ma solo a condizione che il governo in questione sia il Governo Meloni.

Perché, al di là delle chiacchiere, sono i fatti quelli che contano, così come contano i provvedimenti messi in campo dal suo insediamento e i risultati raggiunti da questo Governo.

E così il decreto primo maggio, come ricordato dalla premier Meloni in conferenza stampa, è un ulteriore “tassello di una strategia molto più ampia che il Governo ha portato avanti fin dal suo insediamento, che ha come obiettivo quello di sostenere la creazione di maggiore occupazione, ma anche di occupazione stabile e di qualità”. 

E, dicevamo, sono i fatti a contare. Così come i numeri. Che ci dicono come, da inizio legislatura, in Italia si contino circa 1.2 milioni in più di occupati e oltre 550mila contratti precari in meno, per non parlare del tasso record di occupazione femminile e i tassi di disoccupazione, giovanile e complessiva, collocati ai minimi storici. 

Dati Istat, di un istituto quindi non propriamente generoso nei confronti del Governo, come le vicende degli ultimi giorni, qui raccontate, stanno a dimostrare. 

Dati che raccontano e testimoniano come le parole della Meloni a proposito dell’attenzione del Governo al lavoro siano parole trasformate in fatti, e come l’azione sia stata costante nel corso degli anni, seguendo una strategia che solo una stabilità politica e una visione di lungo periodo avrebbero potuto garantire.

E così il 2023 è stato, tra l’altro, l’anno del cuneo fiscale, il 2024 quello degli incentivi, il 2025 quello della sicurezza. E il 2026 quello della qualità del lavoro e del sostegno ai salari più bassi. 

Il decreto appena varato stanzia 934 milioni di euro, introducendo il criterio del salario giusto. Di cosa si tratta? Semplicemente, per salario giusto si intende il trattamento economico complessivo percepito dal lavoratore, composto non esclusivamente dal salario orario ma da tutti quegli elementi economici che concorrono alla sua formazione, a partire dal welfare aziendale.

È una sintesi tra le esigenze dei lavoratori e quelle delle imprese, legittimando tutte quelle forme di retribuzione accessoria che hanno un grande impatto in termini di benessere lavorativo e sociale.  Una rivoluzione copernicana? Per certi aspetti sì, visti i precedenti italiani. Più di tutto, però, una rivoluzione del buon senso.

Rivoluzione, o innovazione, che ha ancora più valore perché collegata all’altro elemento fondamentale di questo decreto. Ovvero il fatto che a tutti gli incentivi alle imprese, rinnovati e ampliati in favore soprattutto dei giovani e delle donne, dell’occupazione stabile, del Mezzogiorno, potranno avere accesso solamente i datori di lavoro che riconosceranno e applicheranno il salario giusto ai propri lavoratori. 

E come si riconosce il salario giusto? Per non lasciare spazio ad equivoci, lo diciamo con le parole di Giorgia, che ha spiegato come il parametro di riferimento per definirlo siano “i contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.

Una combinazione, questa sì, rivoluzionaria, in grado di abbinare il salario giusto a una contrattazione di qualità. Si tutelano i lavoratori, si incentivano le imprese, si riconosce e valorizza il ruolo centrale della contrattazione collettiva. Ma solo se tutto insieme, proprio quell’unione di cui il mondo del lavoro avrebbe veramente bisogno per innovarsi e rilanciarsi.

Un decreto che ha avuto il plauso unanime dei sindacati e delle organizzazioni datoriali, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Confcooperative e via dicendo. 

Buon senso, dicevamo prima. Da contrapporre fermamente al furore ideologico, proprio quello che ha sempre accompagnato il salario minimo, bandiera della sinistra agitata come non mai negli ultimi tempi.

Quel salario minimo che avrebbe portato a “schiacciare verso il basso la contrattazione buona che copre più del 95% dei lavoratori del nostro Paese”, come detto dalla segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, che ha anche aggiunto come “con il salario minimo, inoltre, si potrebbero incentivare alcune imprese ad andare al risparmio”. Come dire “questa è la soglia e questo ti prendi…”

Come sempre sostenuto dal Governo Meloni, l’introduzione del salario minimo avrebbe comportato rischi concreti e, anziché costituire un ulteriore livello di garanzia, avrebbe potuto trasformarsi in una compressione verso il basso di diritti e tutele dei lavoratori, con tanti saluti alla dignità e qualità del lavoro. Teorie? Forse, ma corroborate da fatti.

Quelli, ad esempio, della Regione Puglia, rigorosamente a guida PD, dove la pratica conferma la teoria. Una legge regionale del 2024 (Presidente della Regione era Michele Emiliano, esponente di punta del Partito Democratico) ha infatti introdotto il salario minimo di 9 euro lordi l’ora per gli appalti pubblici regionali.

Il Governo Meloni ha impugnato la legge, ma la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso. Risultato pratico? Una riduzione delle retribuzioni percepite dai lavoratori! Lo scrive Il Fatto Quotidiano, ed è già tutto dire. Ma, purtroppo per i lavoratori, lo scrivono e lo dicono loro stessi. 

Il Governo Meloni, nell’impugnare la legge, ci aveva visto giusto. Così come ha visto giusto con questo decreto e con l’introduzione del salario giusto, un modello virtuoso a vantaggio sia delle imprese, che potranno accedere agli incentivi, sia dei lavoratori, che potranno ottenere una migliore qualità del lavoro e una retribuzione superiore a quella che avrebbero ottenuto con il salario minimo.  

A proposito, al coro di consensi al Governo per il decreto sul salario giusto manca una voce, isolatissima, quella della Cgil. Landini, sconsolato, evidentemente non sa se sia meglio tacere per negare la bontà del decreto o tacere per nascondere la vergogna del salario minimo in Puglia.

Rialzerà la voce a breve, con la solita bava alla bocca, e siamo certi chiamerà a raccolta non si sa chi per mandare a casa il Governo. Dimenticando, o facendo anche in questo caso finta di dimenticare, che il Governo Meloni è il secondo più longevo della storia della Repubblica, a poche settimane dal diventare il primo. Con buona pace di Landini e dei suoi compagni di viaggio.

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