Il “salario giusto” del Governo piace ai sindacati: schiaffo a sinistra e al salario minimo
di Andrea Landretta
È la sinistra che, storicamente – almeno sulla carta – dovrebbe stare dalla parte dei lavoratori. Il condizionale è d’obbligo perché poi, nel concreto, è la destra che se ne occupa.
Il nuovo Decreto Primo Maggio varato dal Governo Meloni, infatti, è l’ennesimo schiaffo morale a coloro che si auto-definiscono i discendenti diretti di chi per la classe operaia ha sempre combattuto, salvo poi dimenticarsene negli ultimi decenni.
Sia chiaro, però: sono tutti cliché. Perché è il governo di destra guidato da Giorgia Meloni e da Fratelli d’Italia ad aver raggiunto ottimi risultati e numeri da record in fatto di lavoro: si sfiora il milione di nuovi occupati da inizio legislatura, il numero di donne al lavoro continua a crescere, la disoccupazione è ai minimi storici.
Merito di un esecutivo che ha eliminato le falle procurate dai passati governi di sinistra. Quella sinistra che, parafrasando una boutade che imbestialisce Nazareno e compagni vari, ama così tanto gli ultimi che avrebbe continuato a moltiplicarli, a suon di assistenzialismo e salario minimo.
Un miliardo per il “salario giusto”
E proprio il salario è al centro dell’ultimo Decreto Primo Maggio, che ogni anno il Governo Meloni emana mentre segretari di partito e di sindacati si riuniscono al solito Concertone, tutto musica e poco più. In pratica, mentre in piazza San Giovanni in Laterano andrà in scena lo spettacolo promosso dalle sigle sindacali, da Palazzo Chigi saranno stanziati 934 milioni di euro. Tutti investimenti e incentivi per l’occupazione, rinnovi contrattuali, conciliazione famiglia-lavoro. Le parole chiave: salario giusto e buona contrattazione.
Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stata chiarissima in merito: a tali incentivi si può accedere “solo ed esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che noi definiamo il salario giusto”.
E spiega: “Per noi il parametro di riferimento per definire questo salario giusto sono i contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”. “Quindi – ha concluso – in buona sostanza con questo decreto noi diciamo da una parte sì al salario giusto, dall’altra anche sì a una contrattazione di qualità”.
La vera batosta per la sinistra, però, non è soltanto il singolo decreto (che, accompagnato a quanto già fatto nei mesi scorsi dalla destra, potrebbe far parlare de facto di una vera riforma del mondo del lavoro).
La sinistra ne esce in realtà con le ossa rotte perché, in poco tempo, è stato completamente smantellato l’infinito piagnisteo sul salario minimo. Quel provvedimento tanto caro ad Elly Schlein che, a momenti, pareva essere diventato la panacea per tutti i mali, malgrado ancora nessuno a sinistra abbia spiegato perché in decenni di governi rossi nessuno si sia mai azzardato ad applicarlo.
Il “salario giusto” batte il salario minimo
Il nuovo Decreto Primo Maggio, parlando di “salario giusto” e ponendo l’attenzione sulla contrattazione collettiva, riesce a cambiare totalmente il punto di vista da cui si deve intervenire. Non quello di un trattamento economico minimo – i famosi 9 euro all’ora, che avrebbero la potenziale capacità di abbassare le retribuzioni anche di chi si trova sopra tale soglia, consentendo agli imprenditori di adagiarsi su di essa – quanto invece il trattamento previsto dai contratti collettivi, siglati dai rappresentati dei lavoratori – i sindacati, appunto. A chi non rispetta tali requisiti, nessun incentivo.
Così facendo, i salari rispettano i contratti collettivi, le imprese saranno incentivate all’assunzione e – cosa non da poco – i sindacati vedranno rispettati e applicati i contratti da loro stessi stipulati. È in quest’ottica, allora, che si giustifica l’entusiasmo degli esperti sul decreto del Governo Meloni.
A partire proprio dai sindacati: Pier Paolo Bombardieri, segretario della Uil, parla di “dato importante che non ho mai riscontrato in nessun provvedimento di nessun Governo”; Daniele Fumarola della Cisl dice che il decreto “fissa un riferimento concreto di dignità del lavoro”; per Emanuele Orsini di Confindustria, il provvedimento “riafferma il ruolo centrale della contrattazione collettiva, individuando nei contratti firmati dalle associazioni più rappresentative il riferimento legale per definire il ‘salario giusto’ previsto dall’ art. 36 della Costituzione”.
Insomma, “salario giusto” batte “salario minimo”. E anche in questo si trova la risposta a un rompicapo che attanaglia la sinistra da anni: ecco perché gli operai, ormai, votano a destra.
