Il Tricolore da sempre amato, ed oggi anche di più
di Roberto Penna
Il 7 gennaio scorso ha rappresentato per l’Italia la Giornata nazionale della Bandiera, del Tricolore e le massime Istituzioni della Repubblica hanno reso omaggio al verde, al bianco e al rosso nei quali tutta la Nazione si riconosce.
Al Quirinale vi è stato il cambio della Guardia solenne del Reggimento Corazzieri e della Fanfara del IV Reggimento Carabinieri a cavallo. Per il 229esimo anniversario della nascita del Tricolore, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato come la Bandiera abbia iniziato a sventolare con la spinta dei venti rivoluzionari nella Repubblica Cispadana, a Reggio Emilia nel 1797.
Attraversando l’epopea risorgimentale, ha proseguito il Capo dello Stato, il Tricolore divenne nel 1861 la Bandiera del Regno d’Italia. Scelto dai costituenti come vessillo del nuovo Stato, incarna oggi gli alti valori indicati dalla Carta costituzionale: unità, libertà, democrazia e coesione sociale del Paese.
Oltre al Quirinale, la Bandiera è stata celebrata naturalmente anche a Reggio Emilia e il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha omaggiato il nostro Tricolore così: “Il Tricolore rappresenta la nostra Storia, impressa nelle gesta di chi, molto prima di noi, ha combattuto con ardimento per quei valori fondanti la Costituzione, di cui la nostra Bandiera è espressione. Oggi, nella Giornata del Tricolore, rendiamo onore alla nostra Patria e a quell’unità nazionale conquistata con sacrificio e fedeltà”.
Il popolo italiano, da Nord a Sud e isole comprese, si riconosce appieno nel Tricolore, mentre la politica tutta, da destra a sinistra, rispetta la Bandiera, almeno a parole. Appunto, a parole perché poi se analizziamo i fatti della Storia della Repubblica, siamo costretti a segnalare delle differenze tra destra e sinistra.
Durante la Prima Repubblica, venerare il Tricolore e spingere per l’amor patrio e l’orgoglio nazionale, parevano cose troppo di destra, robe da fascisti e ipernazionalisti per l’establishment politico e culturale di allora. Non a caso, gli unici due partiti di quel tempo, durato quasi cinquant’anni, aventi i colori della Bandiera nazionale nei loro simboli ufficiali, erano il Movimento Sociale Italiano e il Partito Liberale Italiano.
La corsa verso l’Unione Europea ha poi convinto gli eurolirici di centro e di sinistra, divenuti più realisti del re, che il vessillo italiano fosse ormai superato e dovesse quasi passare in secondo piano per lasciare il posto alla bandiera europea.
Le sinistre, comuniste, postcomuniste e faticosamente “democrats”, al di là delle parole di circostanza che bisogna esprimere nelle giornate celebrative come il 7 gennaio, non hanno mai avuto un rapporto tranquillo con il Tricolore e la difesa dell’unità e dell’interesse generale della Nazione.
Il PCI della Prima Repubblica sovrapponeva nel proprio logo, attribuendole una chiara priorità, la bandiera rossa con falce e martello su quella italiana e Giorgio Almirante, leader del partito con la Fiamma verde, bianca e rossa, spiegava infatti come i comunisti si riconoscessero maggiormente in quella che era di fatto la bandiera di una potenza straniera e per di più ostile, l’Unione Sovietica.
In tempi più recenti, gli eredi di Togliatti e Berlinguer si sono accorti che l’emblema dell’Italia non fosse lo stendardo rosso dell’URSS, sino a dare al Partito Democratico attuale un simbolo recante i colori nazionali, ma nei fatti, che sono poi l’aspetto che conta, hanno dato prova in più occasioni di avere un concetto di unità e interesse nazionali abbastanza discutibile.
L’Italia è un Paese da amare solo se governano lor signori o se la sinistra detiene almeno un’egemonia culturale, mentre il Belpaese diventa un bruttissimo Paese da abbandonare e boicottare nel momento in cui vince la destra, che porti il nome di Silvio Berlusconi o quello di Giorgia Meloni cambia poco, e diventano maggioritari nella Nazione gli sgraditi figuri dell’altra parte.
Se governa la destra, è imperativo augurare il fallimento generale del Paese, fuori e dentro i confini, affinché esso trascini nel baratro coloro i quali non avrebbero dovuto vincere le elezioni. Non importa se nell’abisso cadono anche gli italiani, compresi gli elettori di sinistra, perché serve il tanto peggio tanto meglio per consentire a PD, alleati e poteri forti amici, di risalire la china e riparare il torto subìto alle urne.
Si intravede tutto tranne che amore per il Tricolore e impegno per il bene generale della Nazione. La destra e i conservatori di Giorgia Meloni, in maniera del tutto opposta, si sentono italiani sempre, quando sono trattati da “puzzoni”, come avveniva al tempo dell’arco costituzionale antifascista della Prima Repubblica, nel momento in cui sono una minoranza che racimola sì e no il 4% dei voti ed è costretta ad una lunga traversata del deserto, e di fronte ad una politica nazionale di inciuci e governicchi anti-popolari che, in effetti, può solo fare vergognare i cittadini della Penisola.
Certo, oggi l’amore per il Tricolore è ancora più convinto e non perché la destra si ritrovi a soggiornare presso le stanze del potere, bensì, per la presenza di un Governo che ha fatto riscoprire all’Italia le sue virtù a lungo represse.
Non sembrava possibile nella rassegnazione generale di poco più di tre anni fa che anche questo Paese, come tanti suoi partner occidentali, potesse avere un esecutivo stabile e capace di fare nonostante le avversità, marcando una netta discontinuità con il chiacchiericcio inconcludente tipico della politica italiana di qualche tempo prima, e tornare ad essere un attore rispettato nel mondo e una Nazione della quale essere orgogliosi.
Eppure, la destra di Giorgia Meloni e il Governo hanno compiuto il miracolo che ha ringiovanito la nostra bella Bandiera, nonostante i suoi 229 anni.
