Le stanno provando tutte, ma il Sì è in vantaggio
Nonostante i tentativi della sinistra di ribaltare la narrazione, gli italiani voteranno Sì
di Michele Intartaglia
Mancano pochi giorni al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo e il clima politico si sta facendo sempre più acceso. Da una parte il fronte del Sì, sostenuto da una larga parte del centrodestra e da diversi esponenti riformisti dell’opposizione. Dall’altra il fronte del No, guidato soprattutto dalla sinistra più ideologica e da una parte della magistratura associata.
Eppure, se si osservano i dati con un minimo di freddezza, emerge una realtà che molti cercano di nascondere: il Sì è in vantaggio.
Negli ultimi giorni si moltiplicano tentativi di costruire una narrativa opposta, spesso basata su proiezioni arbitrarie sull’affluenza o su letture parziali dei sondaggi. Ma quando si analizzano i numeri reali e il posizionamento politico dei partiti, il quadro cambia.
Il consenso potenziale supera il 60%
Partiamo da un elemento semplice: la distribuzione del consenso politico.

Guardando l’ultima supermedia delle intenzioni di voto, il centrodestra – che sostiene compatto il Sì – sfiora il 50% dell’elettorato.
A questo blocco si aggiungono i riformisti del Partito Democratico. Non è un mistero che una parte significativa del PD non condivida la linea del No imposta dalla segreteria. Figure di primo piano dell’area riformista, come Pina Picierno, hanno espresso apertamente il proprio sostegno alla riforma.
Stimando che almeno un terzo dell’elettorato PD possa votare Sì, si arriva a circa il 5% del totale nazionale.
Poi ci sono i partiti liberali e centristi. Azione, guidata da Carlo Calenda, si è schierata per il Sì: anche ipotizzando una parte dell’elettorato non completamente allineata, possiamo stimare almeno il 2,5%. Questo ragionamento, più o meno, vale anche per Italia Viva, che può portare circa l’1%.
Infine c’è il dato dei pentastellati in controtendenza rispetto ai dettami del “Conte”. Secondo alcuni sondaggi, tra i cinque stelle, il 25% degli elettori si dichiarano favorevoli alla riforma. Tradotto sulle intenzioni di voto complessive, significa circa un ulteriore 3%.
Se si sommano prudentemente questi dati, il risultato è chiaro: il potenziale del Sì supera il 60%. Se questa tendenza venisse confermata nelle urne, per i sostenitori del No si tratterebbe di una vera e propria debacle.
I giovani stanno dalla parte del Sì
Un altro dato interessante arriva dal mondo giovanile. Un sondaggio dell’Istituto Piepoli, condiviso da Gioventù Nazionale, fotografa una tendenza molto netta: tra i giovani tra i 18 e i 34 anni il Sì raggiunge il 61%.

Un risultato che smentisce una delle narrazioni più diffuse nelle ultime settimane, secondo cui le nuove generazioni sarebbero ostili alla riforma. Al contrario, proprio tra i più giovani emerge una forte domanda di cambiamento del sistema giudiziario.
Come ha sottolineato Gioventù Nazionale: “Continueremo a sensibilizzare la nostra generazione, e non solo, per una giustizia finalmente giusta.”
Il trucco dell’affluenza
Negli ultimi giorni si è diffusa una strategia comunicativa piuttosto evidente: spostare il dibattito non sul merito della riforma ma sull’affluenza.
Alcuni commentatori di sinistra stanno costruendo scenari ipotetici nei quali, con affluenze molto basse, il No potrebbe prevalere. Si tratta di calcoli teorici, costruiti selezionando i dati più favorevoli alla propria tesi. In sostanza si prova a creare l’impressione che il No sia avanti, quando in realtà non lo è.
Le differenze con un passato Referendum
Chi ha memoria politica ricorderà bene cosa accadde nel referendum costituzionale del 2016, quello sulla riforma Renzi-Boschi.
All’epoca i sondaggi mostravano un vantaggio del No di circa 7 punti. Il risultato finale fu molto più netto: quasi 20 punti di distacco. Un errore clamoroso nelle previsioni.
La differenza rispetto a oggi è però significativa. Nel 2016 il referendum era stato fortemente personalizzato da Matteo Renzi, che arrivò a giurare le dimissioni in caso di sconfitta. Oggi la situazione è completamente diversa.
Non è un referendum politico
Giorgia Meloni non ha personalizzato il voto. Non ha legato il proprio destino politico all’esito del referendum. È importante ribadire che il referendum del 22 e 23 marzo non è una valutazione sul governo.
Giorgia Meloni non si dimetterà in caso di vittoria del No e continuerà a governare fino alla fine del proprio mandato popolare.
Il referendum riguarda una questione precisa: la riforma della giustizia. Un tema che interessa tutti i cittadini, indipendentemente dall’appartenenza politica. Per questo motivo il voto dovrebbe essere il più possibile consapevole e ragionato, lontano dalle tifoserie.
Il 22 e 23 marzo si decide sul futuro della giustizia
Il quadro politico e i dati disponibili indicano una tendenza chiara: il Sì parte con un vantaggio significativo.
Nonostante questo, nelle ultime settimane si moltiplicano tentativi di costruire una narrativa opposta. È la prova che la partita è aperta e che il voto conta davvero.Per questo la cosa più importante è una sola: andare a votare!
Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma che potrebbe cambiare il rapporto tra cittadini e giustizia. E la decisione, come sempre in democrazia, spetta solo agli italiani. Non agli opinionisti di sinistra a Capalbio o a qualche sondaggista pagato per creare trucchi “sinistri”.
