L’intervista di Giorgia Meloni al Secolo d’Italia

di Antonio Rapisarda

«Non amo gli appelli ma un’ultima cosa la dico volentieri, approfittando del nome di una testata storica come questa. Vi assicuro che l’Italia farà appieno la sua parte perché la prossima legislatura passi alla storia come l’inizio del nuovo “Secolo”: quello dell’Europa politica, dei popoli…».

Giorgia Meloni ha accettato di chiudere così, in questo lungo colloquio con il Secolo d’Italia, la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Bruxelles.

Lo ha fatto con una suggestione che chi viene da destra non fatica di certo a trovare familiare: quel mito capacitante, l’Europa delle Nazioni, celebrato da sempre nelle piazze e nelle canzoni «quando dall’altra parte, a sinistra, fino a pochi decenni fa, inneggiavano al socialismo reale, a quel regime sovietico che soffocava i popoli e gli spiriti nazionali».

Proprio ciò che per la premier e leader di Fratelli d’Italia e dei Conservatori europei non deve più fare l’Ue: continuare a prendere «ispirazione e dirigismo» dagli epigoni di quella stagione. Le parole d’ordine? «Sovranità e sussidiarietà». A questo lavora Fratelli d’Italia, con un “modello italiano” di cui il governo di centrodestra è il laboratorio a vista. Il fatto nuovo, secondo tutti gli osservatori, della politica internazionale.

Presidente, siamo a poche ore da quello che lei ha definito un referendum sull’Europa. Che cosa c’è in ballo?

«Una parte non indifferente del nostro futuro: come italiani, europei, occidentali. La storia, con la “S” maiuscola, si è rimessa in moto: piaccia o no.

E in questo frangente l’Europa è a un bivio. Il referendum è su questo: tra un’Europa che vuole continuare ad essere un enorme “ente regolatore” della vita dei cittadini, quando il resto del mondo investe, produce e allarga – non sempre in maniera democratica – la propria sfera di influenza; e un’Europa che invece vuole recuperare la visione dei Padri fondatori, ripartire dalla cooperazione tra Nazioni sovrane e investire sulla propria autonomia strategica. A partire dalla questione energetica…».

In che modo?

«C’è chi pensa che la transizione verde possa avvenire solo legandoci mani e piedi all’elettrico cinese. E chi, come noi, è convinto invece che la strada da seguire sia quella della neutralità tecnologica.

Noi vogliamo un’Europa che si occupi di poche cose ma importanti, come la politica estera e di sicurezza comune, lasciando tutto il resto alla libertà e alla sovranità delle Nazioni. In altre parole, non faccia Bruxelles quello che può meglio fare Roma. E non faccia Roma quello che può fare meglio Bruxelles».

Nonostante la posta in palio così alta si parla di un alto rischio astensione. Eppure, erano più di 30mila in Piazza del Popolo a Roma ad accoglierla: non esattamente un dettaglio…

«In questa campagna elettorale abbiamo registrato grande entusiasmo, non solo a Roma ma su tutto il territorio nazionale. Perché rendere l’Europa un soggetto politico forte è un sogno che, a destra, si tramanda di generazione in generazione.

È altrettanto vero che, per troppi anni, certa politica ha investito poco e male sulle energie da mandare a Bruxelles. A questo si aggiunge il tic della sinistra di aderire in modo incondizionato ai diktat comunitari. Tutti, guarda caso, a danno delle famiglie e di chi produce.

Ciò che dobbiamo far capire agli italiani è che tu puoi anche non interessarti dell’Europa, ma è certo che lei si interesserà di te. Il punto è capire come lo farà. E questo dipenderà dal voto che gli italiani esprimeranno l’8 e il 9 giugno».

Ma che cosa manca a questa Ue?

«Due esempi concreti: la pandemia ha mostrato un’Ue “nuda”, sprovvista dei dispositivi minimi per proteggere i suoi cittadini; mentre l’invasione russa dell’Ucraina ha evidenziato quanto eravamo dipendenti dagli altri sul fronte energetico, e non solo.

Che significa questo? Che negli ultimi decenni è stato accantonato lo spirito dei trattati costitutivi della Comunità europea: che non a caso si erano concentrati nel prevedere la cooperazione sull’energia e le materie prime.

È da questo che si mette in moto il progetto per una vera autonomia strategica. Un altro esempio che faccio sempre riguarda la Nato: vogliamo una colonna europea che guardi ai fronti più vicini a noi?

Dobbiamo investire in sicurezza. Se invece si continuerà a voler stare comodamente sotto un ombrello garantito e finanziato da altri, non possiamo lamentarci se la strategia non sarà la nostra».

Non manca anche un po’ di “spirito” a questa Europa?

«L’Europa che abbiamo nella mente e nel cuore deve saper ritrovare il suo bene più prezioso: l’orgoglio per la sua storia, la sua identità e le sue radici. Vogliamo una Europa che sappia ritrovare la sua anima, ovvero ciò che per millenni l’ha resa un faro di civiltà.

Perché non dobbiamo dimenticare che l’Europa è la terra nella quale fede, ragione e umanesimo hanno trovato quella perfetta sintesi dove è nato lo Stato sociale, si è formata una società che mette al centro la difesa della vita e della famiglia, e si occupa dei più fragili. Abbiamo il compito di risvegliare questa Europa dal sonno in cui è piombata, e difenderla dal relativismo e dall’islamizzazione strisciante».

Insomma, l’architettura europea è tutta da rivedere…

«Va riportata al modello sancito dai Trattati di Roma. Modello all’epoca sostenuto dalla destra e dal Msi, e ferocemente contestato dal Partito comunista, di cui l’attuale sinistra è erede.

Noi vogliamo un’Europa in cui le Nazioni scelgano di collaborare sulle grandi sfide che da sole non riescono ad affrontare, mentre la sinistra non vuole altro che un super-Stato burocratico ipercentralista, fondato sul trasferimento di competenze e quote sempre maggiori di sovranità dai governi e dai parlamenti legittimati dai popoli a Bruxelles».

Tre nomi con i quali alimentare il pantheon della casa europea?

«Un Santo e un patriota europeo come Giovanni Paolo II, un martire della libertà contro il comunismo come Jan Palach, un padre della nostra Patria come Giuseppe Mazzini».

Nell’ultima copertina dell’Economist sono ritratte tre donne, diversamente di destra, sulle quali – secondo il settimanale economico – si giocheranno gli equilibri in Europa: lei, Ursula von der Leyen e Marine Le Pen.

«Credo che sia una bella soddisfazione per tutte le donne europee il fatto che, a livello internazionale, si dica che sono tre donne quelle che possono determinare i futuri equilibri del Vecchio Continente.

E per di più, e forse non è un caso, sono tre donne di centrodestra, anche se di tre famiglie politiche diverse. Non penso sia una coincidenza ma il frutto di un principio semplice: lì dove si crede nella libertà e nel merito, e si dà ad ognuno la possibilità di competere ad armi pari, le donne hanno più facilità ad emergere».

È possibile in Europa una maggioranza formata da conservatori, popolari e destre in Europa?

«Come leader di Fratelli d’Italia e dei Conservatori europei, il mio obiettivo è creare in Europa una maggioranza alternativa a quella attuale, mandando finalmente le sinistre di ogni colore all’opposizione.

Vogliamo fare, cioè, esattamente quello che abbiamo fatto in Italia un anno e mezzo fa, ed esportare questo modello per la guida della futura Europa. Se questo scenario sia possibile o no, spetta solo ai cittadini determinarlo.

A noi spetta il compito di crearne le condizioni, e sono convinta che si possa su questo trovare una sintesi virtuosa tra conservatori, popolari e le altre forze politiche che si riconoscono nel centrodestra».

Queste Europee sono o non sono anche un test per il suo governo?

«Sono e restano elezioni europee. Allo stesso tempo, considero questa tornata un’indicazione importante sulla strada percorsa finora. In questo anno e mezzo abbiamo ottenuto risultati importanti in Europa, a tutela dei nostri interessi nazionali. Penso alla revisione della Politica agricola comune, alla battaglia per cambiare il regolamento imballaggi, al cambio di approccio che abbiamo impresso sull’immigrazione. Prima che arrivassimo noi, in Ue si discuteva soltanto su come redistribuire tra i 27

Paesi membri gli immigrati clandestini che i governi di sinistra facevano sbarcare sulle nostre coste, con noi adesso si lavora insieme per difendere i confini esterni e combattere finalmente i trafficanti di esseri umani. Sul fronte interno, abbiamo investito tutte le risorse a disposizione per difendere il potere d’acquisto delle famiglie e incentivare le imprese ad assumere, e i principali indicatori macroeconomici, a partire da quelli sull’occupazione, ci dicono che siamo sulla strada giusta».

Da qui la scelta di dire: scrivete “Giorgia” sulla scheda?

«È il segno di una sincera vicinanza tra me e molti italiani. Dopo un anno e mezzo di governo, per la gran parte dei cittadini io sono semplicemente “Giorgia” e non “il Presidente Meloni”. È qualcosa di estremamente prezioso che intendo custodire.

Mi ha fatto sorridere che il Pd, dopo aver attaccato in ogni modo questa scelta, alla fine abbia deciso di scimmiottarla invitando a scrivere solo “Elly” sulla scheda elettorale».

Dall’altra parte il candidato del Pd e dei socialisti europei alla presidenza della commissione Ue, Nicolas Schmit, sostiene che i conservatori non sono democratici… Lei è presidente dei conservatori…

«Quelle di Schmit sono parole gravi. E per questo ho chiesto ufficialmente a Elly Schlein di prendere una posizione, ma lei ha preferito scappare anche questa volta dalle sue responsabilità».

La segretaria del Pd non è intervenuta nemmeno per gli insulti che lei ha ricevuto da Vincenzo De Luca. Forse qui se l’aspettava davvero una parola.

«Mi è dispiaciuto constatare che, persino in quest’occasione, Elly Schlein non ha dimostrato il coraggio che ci si aspettava da lei, come leader di partito ma anche come donna. Mi comporterei allo stesso modo altre cento volte, non solo per me ma anche per tutte quelle donne che bulli e gradassi di ogni genere pensano di poter insultare liberamente. Una donna che viene insultata ha il diritto di difendersi».

In Piazza del Popolo ha presentato il premierato come una riforma “europea”. In che senso?

«All’Europa, in tutti questi anni, è mancata la spinta dell’Italia. L’instabilità dei governi italiani ha sì inciso sulla difesa dei nostri interessi nazionali, ma anche sulla forza e sull’autorevolezza dell’Ue nel suo complesso. Con il nostro governo, solido e rappresentativo, la storia è cambiata e da mesi si parla solo della nostra Nazione. Non era mai accaduto.

E questo significa due cose: che l’Italia isolata era quella governata dalla sinistra e che un’Italia consapevole del proprio ruolo è un valore aggiunto per l’Europa intera. Un governo scelto dai cittadini, che ha la possibilità di governare con un orizzonte di legislatura e con un programma chiaro, è un governo che può dare all’Italia maggiore peso e autorevolezza, tanto nel contesto europeo quanto in quello internazionale».

Lei ha iniziato a fare politica all’inizio degli anni Novanta, in un’Italia in piena tempesta Tangentopoli, scioccata dall’attacco della mafia allo Stato. Si sarebbe mai aspettata di arrivare a poter cambiare, addirittura da premier italiano, l’Europa?

«Quando abbiamo iniziato a fare politica nessuno di noi immaginava dove saremmo arrivati oggi. E dove sarebbe arrivata un’intera comunità, umana e politica, nata e cresciuta nelle sezioni prima del Msi e poi di An. Eppure, già da allora credevamo nella possibilità che le nostre idee, prima o poi, avrebbero fatto breccia.

Quelle idee ci hanno condotto oggi alla responsabilità più grande, il governo della Nazione. Adesso siamo di fronte ad un ennesimo tornante della storia. Siamo chiamati a costruire l’Europa alla quale abbiamo dedicato, fin da quando eravamo ragazzi, manifesti e canzoni. In questo memorabile appuntamento con la storia, difenderemo il nostro futuro e, con lui, il nostro passato. Abbiamo cullato il sogno di un’Europa unita per dare forza alla Nazione cui apparteniamo, per destino e per volontà, e ora vogliamo essere all’altezza di questo compito».