L’onorificenza a Tito tanto cara alla sinistra: FdI vuole rimuoverla, PD e M5S la difendono

di Andrea Landretta

Si discuterà oggi in commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati la proposta di Fratelli d’Italia a prima firma Rizzetto che chiede la revoca dell’onorificenza italiana per il dittatore comunista Tito. Nel 1969, infatti, il maresciallo jugoslavo fu insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana decorato di Gran Cordone, in un’epoca in cui il revisionismo comunista sugli eccidi delle foibe cancellava totalmente le fatali responsabilità titine.

Ora, dopo anni di lotte e di verità che si palesano, non è più accettabile che uno dei più grandi nemici del popolo italiano sia insignito della massima onorificenza dello Stato: un’offesa a tutti gli esuli che hanno patito e patiscono ancora un’ingiustificata lontananza dalle loro terre natie.

È questo che ha spinto Fratelli d’Italia a presentare la proposta di legge, in linea con una battaglia che parte da lontano: grazie alla destra negli anni è aumentata la consapevolezza sulle foibe, ad esempio con l’istituzione della Giornata del Ricordo, che cade il 10 febbraio di ogni anno.

“Per decenni queste migliaia di vittime sono state escluse dalla narrazione storica e pubblica, oggi che però la verità è stata ristabilita è assurdo che la Repubblica italiana, da un lato, riconosca il dramma delle foibe e celebri la memoria delle sue vittime nel Giorno del Ricordo e dall’altro annoveri tra i suoi più illustri insigniti proprio chi ordinò la pulizia etnica degli italiani in Istria e nell’Adriatico orientale”: così si è espresso Walter Rizzetto. Per deporre l’onorificenza al dittatore comunista, però, sarà necessario cambiare una legge del 1951 che vieta una tale rimozione in assenza di controparte: Tito è defunto e non può apportare le proprie motivazioni. Questo il motivo tecnico dietro il quale la classe politica di sinistra si è nascosta in tutti questi anni.

Oggi, tuttavia, nonostante una sempre maggiore consapevolezza dei fatti, c’è ancora qualcuno (più di qualcuno) che denuncia una presunta volontà della destra di politicizzare i fatti delle foibe. Il dem Gianni Cuperlo parla di “uso parziale e politico del passato”, mentre il collega Fornaro vuole “evitare di aprire in modo poco utile un dibattito che non tiene conto della corretta trasmissione della memoria”.

Non si nasconde Filiberto Zaratti di Avs, che chiaramente all’Huffington Post ha dichiarato: “Mancano le prove”. Lo ringraziamo almeno per la sua schiettezza.

Le parole della sinistra sul tema sono figlie di un revisionismo che turpemente non ha mai lasciato la coalizione rossa, ancora molto, troppo legata al suo passato di asservimento ai potenti comunisti dell’Unione Sovietica e, in questo caso, della Jugoslavia.

Ancora troppo ingombrante dunque quell’amore per i propri ascendenti, quella “tradizione” politica che oggi, inevitabilmente, si tramuta in una distanza ideologica: con ciò si spiega il parere contrario alla proposta da parte di PD, M5S e Avs già lo scorso 30 novembre, quando la Commissione aveva affrontato la questione in via preliminare.

Ma, oltre al dibattito alla Camera, c’è anche chi si accinge a protestare in strada. Scalpitano collettivi studenteschi e centri sociali, in particolare il Cpa Firenze Sud, che già l’anno scorso aveva sfilato per le strade della città con bandiere jugoslave e vari inneggi espliciti a Tito.

Ora, i giovani rossi promettono di ripetersi, portando avanti l’assurda teoria secondo la quale “il 10 febbraio – scrivono – è figlio di ambienti politici che fin dal primo dopo guerra hanno cercato di fare una cosa: ripulire la propria faccia di fascisti dalle stragi e dai massacri, costruendo un contraltare alle loro carneficine, le foibe, inventandosi di sana pianta morti, numeri e cause”.

Certi messaggi si commentano da soli: il revisionismo non ha mai smesso di operare, ma ora al governo c’è finalmente chi vuole ridare dignità e giustizia alle vittime e agli esuli istriani e dalmati, come tutti noi figli d’Italia.