Traffico di permessi, 30 arresti: nelle intercettazioni l’odio contro Meloni
di Andrea Landretta
L’ennesima banda fermata dagli inquirenti. Il motivo? Veniva utilizzato il meccanismo del decreto flussi per favorire ingressi illegali di extracomunitari.
E così sono scattate la manette per 30 persone in tutto lo Stivale: Verone, Lecce, Taranto, Matera, Milano, Ragusa, Latina, Campobasso.
Ai vertici due uomini di 63 e 52 anni che, come si è scoperto dalle intercettazioni, erano preoccupati della crescente attenzione posta dal Governo e da Giorgia Meloni in persona su vicende simili.
Era stata proprio la premier, nel 2024, a recarsi dal Procuratore Nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, perché qualcosa non tornava: i posti messi a disposizione dai datori di lavoro nel giorno del click day erano ampiamente inferiore agli effettivi arrivi.
Questo fu il campanello d’allarme: dove finiscono queste persone che arrivano senza regolare contratto di lavoro? L’ombra di associazioni a delinquere e di organizzazioni criminali era palese.
Meloni fu accusata di propaganda. Fu detto che quell’azione – presentarsi al Procuratore Nazionale Antimafia – era soltanto una mossa da campagna elettorale.
Poi però, quando un caso simile si registrò in Campania, la premier su X si tolse qualche sassolino dalla scarpa: “Un anno fa, mentre molti gridavano allo scandalo e ci accusavano di fare propaganda, ho presentato un esposto alla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo per denunciare gravi irregolarità nel sistema del ‘click day’ per i permessi di soggiorno.
Da allora sono emerse diverse gravi azioni criminali connesse con il traffico dei permessi di soggiorno”. E ancora: “Avevamo ragione. E avevamo il dovere di denunciare”.
Il nuovo caso che ha portato alla custodia cautelare per ben 30 persone in tutta Italia, ma con particolare riferimento alla Regione Puglia, è dunque soltanto l’ennesima conferma che quella denuncia non fu campata in aria.
Anche in questo caso, il sistema era ben collaudato: vi era la cooperazione tra intermediari nei Paesi di origine, che di fatto reperivano gli extracomunitari e concordavano la somma da pagare; poi c’era il compito dei datori di lavoro collusi, che presentavano richieste di lavoro fasulle al solo fine di far arrivare gli stranieri in Italia; dopo le trafile burocratiche, l’immigrato riceveva il via libera e riusciva così a entrare “legalmente” nel nostro Paese. Ogni partica si aggirava intorno ai 6500 euro, che i vari professionisti coinvolti si dividevano.
Arriviamo così alle intercettazioni. Gli uomini della banda avevano intuito che la crescente attenzione del Governo e di Giorgia Meloni sarebbe stato un ostacolo per i loro affari: “Ha fatto una lettera al Ministero. Praticamente ha detto che c’è la camorra dietro e quindi massimi controlli sulle pratica dei flussi.
Soprattutto a Napoli, Campania e Puglia. Ha parlato di qualche città della Puglia. Che le domande di lavoro sono superiori ai reali posti di lavoro”. E per questo l’odio nei confronti della premier, che stava “rompendo i coglioni”.
E quando perfino le intercettazioni delle organizzazioni criminali mostrano che l’ostacolo ai loro affari è rappresentato dall’azione del Governo e di Giorgia Meloni, forse c’è un elemento su cui riflettere.
Se a insultarti e ad augurarsi che tu smetta di “rompere i coglioni” sono coloro che lucrano sull’immigrazione illegale e sullo sfruttamento del sistema dei decreti flussi, significa che stai colpendo gli interessi giusti.
Ricevere l’astio e gli insulti di chi trae profitto dall’illegalità non è certo un motivo di imbarazzo: è semmai il segnale che il lavoro di contrasto sta producendo effetti concreti e che qualcuno, finalmente, vede messi a rischio i propri affari.
