Una nuova Europa con l’intesa tra Italia e Germania?

di Matteo Gianola

“You had your time, you had the power / You’ve yet to have your finest hour.” (Queen, Radio Ga Ga)

Sembrerà questa una citazione messa lì, come per caso, ma in realtà descrive molto bene lo scenario che si potrebbe aprire in Europa con quell’intesa politica che, oggi, si sta profilando tra il Premier italiano Giorgia Meloni e il Cancelliere tedesco Merz.

Il verso parla di passato e di futuro, di due Paesi che hanno avuto una storia importante e di grande influenza, il “potere” e il “tempo” già vissuti cioè, ma che si erano allontanati e, oggi, sembra abbiano ritrovato un canale di comunicazione sulla stessa “lunghezza d’onda”, esattamente come se ascoltassero la stessa radio, e che la parte migliore della loro collaborazione deve ancora arrivare.

Andiamo con ordine, però.

Sappiamo tutti che, negli ultimi decenni, il rapporto privilegiato che ha trainato l’Unione Europea è sempre stato considerato quello franco-tedesco, con un pilastro di stabilità come fu Angela Merkel a Berlino e la successione di guide all’Eliseo che, nonostante diverse estrazioni politiche, hanno sempre avuto lo stesso indirizzo in politica estera.

L’Italia, invece, è sempre restata in disparte, nonostante sia il secondo polo industriale e produttivo dopo la Germania e il primo partner commerciale di quest’ultima nel continente, penalizzato dalla natura ondivaga della sua governance e da una sorta di subordinazione alla forza politica di Berlino.

Qualcosa oggi è cambiato.

Se la fine dell’era Merkel ha mostrato tutte le debolezze della corazzata teutonica con la debolissima esperienza del governo Scholz, con l’elezione di Friedrich Merz nel 2025 si è assistito a un cambio di rotta piuttosto importante. Se da un lato c’è stato uno scollamento assai marcato da Parigi, che ormai sta sprofondando in una crisi politica molto difficile da gestire prima ancora che in quella economica descritta con chiarezza dalle agenzie di rating internazionali, dall’altro si è assistito a un continuo avvicinamento a Roma spinto non solo da una certa vicinanza politica delle leadership ma soprattutto da una visione strategica e pragmatica.

In realtà, però, i semi di questa intesa erano già stati piantati nel 2023, prima ancora dell’avvento di Merz, con la firma di Giorgia Meloni e di Olaf Scholz sul Piano di Azione Italia-Germania che ha istituzionalizzato la cooperazione tra i due paesi soprattutto su temi strategici come difesa, sviluppo tecnologico e energia.

Quest’ultimo punto ha un carattere centrale poiché la Germania ha un fortissimo problema energetico derivante dalla dipendenza dalla Russia per l’approvvigionamento di gas e dall’abbandono del nucleare fra il 2021 e il 2023, con lo spegnimento di tutte le centrali esistenti, mentre l’Italia sta diventando un hub logistico ed energetico strategico all’interno del Mediterraneo.

Con l’insediamento di Friedrich Merz come Cancelliere tedesco nel maggio 2025 si è creata rapidamente una sintonia molto forte con Giorgia Meloni per una visione politica comune.

Pur appartenendo a due gruppi diversi in ambito europeo, PPE per il tedesco e ECR per l’italiana, condividono uno stesso approccio conservatore e pragmatico sia sul controllo più rigoroso verso l’immigrazione sia sulle modalità di attuazione degli obiettivi legati alla transizione ecologica, abbandonando l’idealismo quasi estremo che aveva animato gli anni passati per giungere a una visione più industriale e sostenibile dal lato economico.

Non dimentichiamo, poi, il nuovo corso della finanza pubblica italiana promosso dall’attuale ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, che punta al consolidamento e alla sostenibilità dell’indebitamento con politiche di bilancio prudenti ed efficienti. Questo ha convinto prima di tutto le agenzie di rating, permettendo le prime promozioni dopo la perdita della A quindici anni fa, e poi i falchi economici tedeschi, come lo stesso Merz, spingendo allo spostamento strategico dall’asse Parigi-Berlino a quello Roma-Berlino che, oltre a una certa affinità di visione politica, è caratterizzato da una forte complementarietà e partnership economico-produttiva.

Questa intesa ha preso forma concreta con il vertice intergovernativo Italia-Germania a Roma il 23 gennaio scorso, con la firma di un protocollo bilaterale strategico, e con la presentazione di un non-paper congiunto, documento informale di posizione, su competitività, deregulation e semplificazione normativa UE.

Il vertice di Alden-Biesen del 12 febbraio ha segnato un’accelerazione politica proprio con il consolidamento dell’asse Meloni-Merz come traino su deregulation e pragmatismo commerciale per ritrovare quella competitività che il continente pare abbia dimenticato seguendo svolte meramente ideologiche che hanno spinto verso l’alto i costi energetici e quasi distrutto interi settori industriali, allontanando tra l’altro gli investimenti in R&D che oggi sono la chiave per lo sviluppo futuro.

Mario Draghi ha parlato di un panorama economico peggiorato e della necessità di agire con urgenza e, prendendo spunto dal non-paper italo-tedesco-belga, sono state individuate priorità chiare: dal completamento effettivo del mercato unico alla semplificazione normativa con deregulation e riduzione degli adempimenti burocratici negli Stati membri, alla riduzione del costo dell’energia e a una nuova politica commerciale estera con diversificazione dei partner e ratifica di accordi chiave come nel caso del Mercosur.

Naturalmente questa prospettiva ha suscitato anche reazioni critiche in Italia, soprattutto dall’opposizione. Elly Schlein e il PD hanno sottolineato che l’asse va in una direzione sbagliata, negando o minimizzando la prospettiva degli eurobond (ai quali, comunque, Giorgia Meloni si è detta favorevole) e degli investimenti comuni che, a loro avviso, sono necessari anzitutto al rilancio economico europeo e italiano, ricordando come il governo giallorosso abbia fatto quella battaglia nel 2020 per il Next Generation EU.

Giuseppe Conte e il M5S hanno puntato il dito su un presunto tradimento dell’interesse nazionale, accusando Meloni di subalternità a Berlino e di portare l’Italia in un vicolo cieco senza spingere abbastanza su debito condiviso e crescita. Anche da Alleanza Verdi e Sinistra arrivano voci che vedono nella deregulation promossa un rischio per le conquiste ambientali e sociali, con un arretramento dell’integrazione europea a favore di un modello più intergovernativo e neoliberista.

Eppure, nonostante queste voci che evidentemente non hanno eco alcuno al di fuori dei confini nazionali, l’asse sembra guadagnare consensi tra i paesi volenterosi, quelli pronti a tradurre le parole in misure concrete già dal Consiglio europeo di marzo, compresa la Francia che, probabilmente vede in questa nuova prospettiva di azione la via di uscita dal cul de sac in cui pare sia caduta oggi.

Insomma pare che in pochi mesi da quella che nacque come intesa politica e partnership commerciale si sia creata una nuova forza di traino all’interno di una UE che sembrava ormai destinata al declino ma che pare abbia trovato un nuovo percorso da intraprendere, sicuramente difficile, sicuramente sfidante ma che potrebbe far uscire l’Unione dall’angolo in cui si era rifugiata.

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