Una Repubblica senza ribaltoni e partitocrazia: il premierato sarà una conquista per gli italiani

di Spartaco Pupo

La “madre di tutte le riforme” arriva, questo è certo, e anche presto. Dopo aver infranto il tetto di cristallo per essere la prima donna premier della storia d’Italia, Giorgia Meloni si appresta a realizzare un altro primato: cambiare l’assetto istituzionale repubblicano e battezzare la destra come forza autenticamente riformatrice.

Il premierato che il Parlamento si appresta a varare su impulso della leader di FdI sarà tutto italiano, giacché non esiste in nessun’altra parte del mondo. È diverso tanto dal semipresidenzialismo francese quanto dal cancellierato tedesco.

Cade così anche il teorema che le riforme non sono valide se non si copiano altre realtà. No, l’Italia per una volta fa da sé e non cede all’esterofilia e alla sudditanza culturale.

Tutto questo avviene sotto lo sguardo preoccupato di una sinistra sempre più reazionaria, la quale ora si veste di quell’immagine demonizzante che ha confezionato in tutti questi anni della destra per screditarne il pensiero e l’azione: retriva e nostalgica, ferma ancora al dopoguerra, quando certi equilibri in sede costituzionale erano il riflesso del panorama difficile di quegli anni.

Un misto di passatismo, strabismo e paura di perdere privilegi consolidati, impedisce alla sinistra di cogliere la piaga vera della politica italiana, che è l’instabilità.

68 governi in 78 anni è un dato impressionante, non degno delle democrazie europee, che da sempre si reggono sul diritto degli elettori di sapere chi sarà il capo del governo in base all’esito del loro voto.

Sterili e infondate sono le preoccupazioni delle ultime ore, perché il premierato tutto fa tranne che destabilizzare le altre istituzioni e ammantarsi di autoritarismo.

Questa è la più democratica delle riforme perché fa finalmente gli interessi del popolo e persegue il vantaggio che nessuno prima d’ora è riuscito a garantire: e cioè che saranno i cittadini a scegliere chi debba governarli, possibilmente con una maggioranza stabile e un mandato a tempo pieno.

Strumentale è l’ennesimo appello alla piazza nel nome della protezione dei poteri del Presidente della Repubblica, che, in realtà, non possiede alcun potere decisionale.

La costituzione infatti gli assegna un potere “neutro” e di garante della Costituzione, che viene comunque salvaguardato con gli emendamenti finalizzati all’eliminazione del premio di maggioranza al 55 per cento e l’introduzione del limite dei due mandati per il Presidente del Consiglio.

La riforma, inoltre, attribuisce al Presidente della Repubblica, in caso di dimissioni del premier, la facoltà di scegliere se incaricare della formazione di un nuovo governo quello dimissionario o un parlamentare della sua stessa maggioranza.

Il potere di sciogliere le Camere in caso di dimissioni, che la riforma attribuisce al premier eletto dal popolo, non è limitativo dei poteri del capo dello Stato, come lamenta la sinistra. È semmai limitativo della cattiva pratica dei ribaltoni, che ha troppo spesso mortificato il voto degli italiani.

Il problema dell’Italia non è il Presidente della Repubblica, ma il governo, che per oltre un decennio, prima della salita di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, non ha avuto un Presidente del Consiglio che fosse espressione di un’indicazione elettorale.

Il che ha prodotto non solo l’ingovernabilità, ma anche lo spettacolo indecoroso dei governi Conte 1 e 2 e, cosa ancora più grave, la disaffezione dei cittadini alla politica.

Oltretutto, a livello locale i cittadini da anni eleggono direttamente i sindaci e governatori di Regione insieme a maggioranze che sono espressione delle forze politiche che li sostengono.

Perché solo il capo del governo non dovrebbe essere il titolare effettivo dell’indirizzo politico sostenuto da una maggioranza parlamentare che lo faccia durare per l’intera legislatura? Qui non è minimamente in discussione il rapporto fiduciario, che è anzi garantito dalla centralità finalmente restituita alla sovranità popolare.

In discussione, semmai, è il vecchio vizio della partitocrazia che la sinistra, a quanto pare, non riesce a togliersi.