Vittoria storica: Meloni ottiene blocco navale europeo e stretta su immigrazione

di Alessandro Nardone

«Lo dice l’Europa». Quante volte, negli anni passati, hanno usato questa frase per farci chinare il capo dinnanzi ai diktat di Bruxelles? Quante volte l’abbiamo sentita ripetere come una formula magica, buona per giustificare qualunque cedimento, qualunque apertura indiscriminata, qualunque arretramento sul terreno della sovranità?

Ebbene, da quando c’è Giorgia Meloni la musica è cambiata al punto che oggi sono i burocrati europei a mettersi sull’attenti perché «lo dice l’Italia».

Con 408 voti favorevoli, 184 contrari e 60 astensioni, ieri il Parlamento europeo ha approvato la prima lista comune dei Paesi di origine sicuri – Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia – e ha rivisto in modo sostanziale il concetto di Paese terzo sicuro.

È il passaggio che rende possibili procedure accelerate, domande dichiarate inammissibili senza sospensione automatica dei rimpatri e operazioni coordinate per prevenire le traversate illegali. In altre parole: il blocco navale europeo dentro il perimetro giuridico dell’Unione. Una svolta storica nel contrasto all’immigrazione irregolare.

Un vero e proprio cambio di paradigma, perché per anni il diritto d’asilo è stato piegato a un’interpretazione estensiva che ha trasformato l’Europa in un approdo automatico, dove le procedure erano infinite, i rimpatri rari, i trafficanti prosperavano e gli Stati subivano in silenzio. Ieri quella stagione si è chiusa.

Con l’elenco comune dei Paesi sicuri, le domande provenienti da Stati con tasso di riconoscimento inferiore al 20 per cento potranno essere esaminate con corsie rapide e con rimpatri più veloci, mentre la modifica del Patto su immigrazione e asilo del 2024 consente di dichiarare inammissibili richieste prive di fondamento senza bloccare automaticamente l’allontanamento, anche prima della piena applicazione prevista per giugno 2026.

La revisione del concetto di Paese terzo sicuro abbassa gli standard formali e valorizza legami culturali, linguistici o accordi bilaterali: è la cornice che permette una gestione esterna delle domande e il rafforzamento dei controlli alle frontiere marittime, nonché la risposta strutturale a un fenomeno che per troppo tempo è stato affrontato con slogan e sensi di colpa, mentre le nostre coste venivano trasformate nel terminale finale di un sistema criminale che prosperava sull’ambiguità normativa europea.

E non è un caso che, all’indomani del voto di Strasburgo, il Consiglio dei ministri esamini il disegno di legge di attuazione del Patto europeo, che traduce in strumenti concreti la linea politica imposta dall’Italia: la possibilità, con decreto del Presidente del Consiglio su proposta del ministro dell’Interno e previa deliberazione del Cdm, di disporre la consegna allo Stato di appartenenza di una persona presente sul territorio nazionale qualora la sua permanenza comprometta la sicurezza della Repubblica o l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche.

La qualificazione di tale provvedimento come atto politico espressione delle prerogative costituzionali in materia di sicurezza nazionale; la sospensione di eventuali decisioni amministrative o giudiziarie precedenti; l’obbligo di riferire al Copasir entro quattro mesi. È il principio, semplice e finalmente affermato, per cui quando è in gioco la sicurezza dello Stato decide lo Stato.

Allo stesso modo, nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali potrà essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, fino a un massimo di sei mesi, mentre chi violerà l’interdizione navale rischierà sanzioni amministrative da 10 mila a 50 mila euro, con responsabilità estesa ad armatore e proprietario dell’imbarcazione e, in caso di reiterazione, la confisca della nave.

Non è propaganda: è la formalizzazione giuridica di quel “blocco navale” che per anni è stato liquidato come uno slogan. Persino nei Cpr si introduce una disciplina più rigorosa sull’uso dei telefoni cellulari, sottraendo alla gestione improvvisata un ambito che riguarda direttamente sicurezza e controllo.

L’Italia arriva a questo risultato forte di numeri concreti. Nel 2025 gli arrivi irregolari sono diminuiti del 58 per cento rispetto al 2023. Nel 2024 gli sbarchi si sono attestati attorno ai 66 mila, con un calo superiore al 50 per cento rispetto all’anno precedente. I rimpatri sono cresciuti in modo significativo. Non assistenza indiscriminata, ma accordi con i Paesi di partenza e di transito; non dichiarazioni altisonanti, ma controllo dei flussi e ripristino dell’autorità dello Stato.

In questo quadro si inserisce il modello Albania, siglato nel novembre 2023 tra Giorgia Meloni ed Edi Rama: centri di identificazione e trattenimento in territorio albanese, sotto giurisdizione italiana, per immigrati maschi adulti provenienti da Paesi sicuri, una scelta che è stata attaccata politicamente e contestata in sede giudiziaria, ma che il voto di Strasburgo rafforza e trasforma in riferimento per altre Nazioni che stanno valutando hub extraeuropei per esternalizzare la gestione delle richieste.

La differenza è tutta qui: l’Italia non ha più chiesto permesso, non ha più inseguito, non si è più nascosta dietro l’alibi delle procedure europee; ha costruito alleanze e imposto una visione.

L’intesa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha spostato l’asse europeo verso una linea più pragmatica, ridimensionando il fronte globalista, mentre nel rapporto con gli Stati Uniti guidati da Donald Trump, Roma rivendica una collaborazione tra pari, dentro una Nato più equilibrata e consapevole del ruolo europeo.

Dopo settant’anni di narrazione colpevolista, di governi tecnici e di ricette calate dall’alto, grazie a Giorgia Meloni l’Italia dimostra che l’Europa si cambia dall’interno, con pazienza, determinazione e visione strategica, e che la difesa dei confini non è estremismo ma sovranità, non è chiusura ma responsabilità verso i propri cittadini.

Il 10 febbraio 2026 resterà una data spartiacque. L’Italia ha imposto la sua linea e l’Europa, finalmente, l’ha seguita. Il futuro è conservatore, e parla italiano.

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